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Essere Zen non paga. Con Renzi, almeno, per nulla al mondo.

“Letta, resosi conto che Renzi brigava per mandarlo a casa, ha cominciato a stendere un nuovo programma. Un autogol. Perché stravolgere il programma originario significa ammettere che era sbagliato. Se poi il premier esprime il desiderio di procedere a un rimpasto, addio: è la conferma che le persone scelte erano sbagliate”…
 

Requiem più, requiem meno, poco importa. Ai funerali dei governi siamo abituati da tempo immemorabile e non riusciamo a commuoverci neppure per le esequie di Enrico Letta, egregiamente officiate ieri da Matteo Renzi. Il quale, prima di redigere il certificato di morte, secondo liturgia ha ringraziato il premier da egli stesso defenestrato per il lavoro (non) svolto a Palazzo Chigi. L’immobilismo dell’esecutivo ha evitato, in realtà, altri pasticci dopo quello spettacolare delle tasse, cui Letta ha cambiato dieci volte il nome senza mai ridurne gli importi. Un esercizio inedito di acrobazie verbali totalmente inutili.

enrico-letta-fine mandato Impegno ItaliaSe Renzi avesse perso le primarie e non fosse diventato segretario del Pd, Letta sarebbe tranquillamente rimasto seduto per anni, forse lustri, sullo scranno di presidente del Consiglio. La tradizione italiana infatti ha sempre dimostrato che i più duraturi sono i governi che non fanno nulla e, quindi, non scontentano nessuno, visto che la vocazione nazionale più spiccata è quella all’indugio, all’inerzia. E l’esecutivo in attesa di sepoltura – bisogna onestamente riconoscerlo – aveva tutte le caratteristiche per battere ogni record di longevità.

L’inopinato (si fa per dire) trionfo del sindaco di Firenze ha invece scardinato perfino questa norma: meglio tirare a campare che perire. Ne è prova il fatto che Letta, resosi conto che il giovin Matteo brigava per mandarlo a casa, ha cominciato ad agitarsi, altro che zen. Il suo errore più grave è stato quello di stendere un nuovo programma in sostituzione del vecchio presentato dieci mesi orsono, in occasione della cerimonia della fiducia e dell’insediamento.

Un autogol. Perché stravolgere il programma originario significa ammettere che era sbagliato. Se poi, in aggiunta, il premier in carica esprime il desiderio di procedere a un rimpasto della compagine ministeriale, addio: è la conferma che le persone scelte in prima istanza non sono (erano) adeguate e vanno pertanto «licenziate».

Queste mosse disperatamente difensive si sono rivelate controproducenti, tant’è che Renzi ha avuto buon gioco a motivare ai compagni della Direzione la necessità di un avvicendamento a Palazzo Chigi. È vero che il segretario del Pd ha agito in contraddizione con quanto aveva sempre sostenuto, e cioè che Letta non era in discussione, ma è altrettanto vero che a seguito del famoso incontro Matteo-Silvio (Berlusconi) gli scenari sono mutati, nel senso che la corrente legislatura si è trasformata in Costituente nel momento in cui si è aperta la strada alle sospirate riforme, da quella elettorale a quelle istituzionali. Non è una novità che la politica è in continuo divenire e si adatta alle circostanze.

Nella presente congiuntura l’alternativa a un ministero Renzi, incaricato di gestire la correzione delle regole, era l’anticipato ricorso alle urne. Che però non conveniva ad alcuno, poiché il voto proporzionale non avrebbe decretato la vittoria sicura di una parte o dell’altra, come si evince peraltro dai sondaggi.

Ciò non toglie che l’irritazione palesata da Letta sia giustificata: essere usati quali spazzolini da denti e poi gettati nell’immondizia non piace a nessuno. Pretendere che il silurato sorrida per il trattamento riservatogli sarebbe troppo. Lasciatelo almeno sacramentare, tanto lo farà sottovoce, com’è nel suo stile, nonostante le millantate palle d’acciaio. Non disturberà.

Cosa accadrà? Chissà, ma tanto, anche in caso di tempesta, si accantoni fin d’ora l’idea che le Camere vengano sciolte: non c’è un solo deputato, né un senatore, che intenda abbandonare il suo prezioso seggio. Su questo non vi sono dubbi. Potrebbe mai più rivederlo. 

 

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