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Monti, sotto quel rassicurante loden, la peggior casta…

Cannes, Discorso di Mario Monti al 'World Policy Conference'

Nel suo continuo peregrinare televisivo, vivissimo a partire dallo scorso Natale, probabilmente molti hanno potuto notare quanto il professor Monti faccia dei suoi privilegi e della sua personale convenienza la stella polare di ogni ragionamento. Per alcuni, si candida da dietro le quinte per non rischiare il vitalizio di senatore a vita, si industria per mettere insieme un progetto politico per  provare a governare il paese senza vincere le elezioni, arrivando quindi per questo a sfruttare ogni piega del “porcellum”, ovvero a moltiplicare le liste con lui federate per lucrare in termini di par conditio e interdizione parlamentare, oltre che di “share” nei consensi. Ma non era il professore un sobrio tecnico in tutto e per tutto super-partes?

Sconcertati come molti, proviamo allora a capire se ci potrebbe almeno piacere il metodo con cui si è di fatto attivato. Non è facile, però, e lo ammettiamo subito, restare super partes nel giudizio. Ma cercheremo. Allora, con l’Agenda in mano il professor Monti  si propone d’innovare (lo scenario politico), però poi si accomoda a sottoscrivere un patto con Casini e Fini, oltre che con Montezemolo e la sua Italia Futura, di modernizzare, e però poi si accinge a scrivere in gran segreto le decisioni finali della coalizione in un convento nel centro di Roma, di inserire pari legittimità di diritti alle donne, però compilando l’agenda con altri quattro uomini. In più, utilizza la gestione per gli affari correnti del governo per presentarsi in tutte le reti a fare propaganda per lui e la sua agendina mentre chiede agli avversari di silenziare i suoi critici all’interno dei loro partiti. Insomma, non solo sembra scegliere solo lui i suoi, ma pensa di farlo anche per gli altri (anche al di fuori del suo schieramento!). Dove sia – a questo punto – lo spirito moderato resta un mistero più che legittimo sul quale interrogarsi.

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Della vituperata tradizione politica italiana, il professore infatti pare aver già colto gli aspetti meno nobili, come dimostrano comportamenti quale quello di intitolarsi personalmente un progetto politico (la spiegazione sarebbe per pesare i consensi su di lui diversamente da quelli di Casini e Fini, piccato delle loro resistenze sull’ipotesi di una lista unica anche alla Camera, ma resterebbe non giustificata se la coalizione vivesse in un clima di vera cooperazione, cosa che evidentemente non è…), o quello di imbarcare residuati d’ogni risma e colore (per di più provenienti da vecchi partiti!), di proporre ricette in cui forse non crede solo per rastrellare maggiori voti (IMU ora riducibile, aumento IVA adesso da congelare,ecc), e d infine prepararsi per offrirsi come ago della bilancia per future e disinvolte alleanze. Ma il dato nuovo, rispetto ad altre aggregazioni più o meno fortunate, è quello di chiedere potere senza esporsi direttamente, pensando di poter governare senza davvero esporsi per vincere le elezioni (come un qualunque Ghino di Tacco); un continuo carosello tra esporsi e nello stesso tempo defilarsi (già, proprio sulla stregua di quel “furbetto” dei monti Parioli, Cordero di Montezemolo, che per i suoi enormi conflitti di interesse deve restare dietro il sipario della sua italia Futura), e via dicendo.

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Perché non passare allora dal metodo al merito? Con uno dei suoi celebri, mirabili giochi di parole, il noto sito Dagospia ha definito l’agenda Monti “agendina in pelle riciclata”. Ma, lazzi e ironia a parte, è proprio la sua agenda che merita un’ulteriore riflessione: vi invitiamo allora caldamente a leggerla sul sito preparato per la “salita” in politica del professore. Ora, in questo documento vi è tutto il Monti-pensiero. Un elenco di cose dette e, peggio, di cose non dette. 

 

Non sembra esserci alcun pensiero di livello medio-alto, condivisibile o meno, nelle paginette. In una sostanziale rivoluzione copernicana dell’esistente, Monti spiega che la finanza non è una branca dell’economia e che questa non è uno degli aspetti del vivere determinati dalla politica, bensì il contrario. Non è un caso che sembri ritenere le elezioni un’inutile rito politicista, pur trovandocisi però a meraviglia, come dimostra nei fatti di queste settimane. La politica, nella visione del’immaginario montiano che sembra delinearsi, è una fastidiosa variabile dell’organizzazione sociale che non può che essere definita dal mercato, dunque ha un ruolo solo se asseconda il modello. In questo senso non ci sono sinistra e destra che si avversano in quanto portatori di identità e progetti alternativi tra loro, giacché la disputa ideologica è un aspetto ormai anacronistico nell’era del pensiero unico. Dio in chiesa e il mercato liberista fuori dalla chiesa: non c’è molto altro. Questo è il suo senso del nuovo con cui irrompe nella società la sua agenda e la sua azione politica. 

5 Già. Quella che viene fuori dalla lettura dell’agendina è un’idea del governo dei popoli e dei paesi che archivia d’un colpo le contraddizioni epocali sul cui sfondo l’umanità ha costruito, secoli dopo secoli (e guerre dopo guerre), l’ambizione al perseguimento di quella elevazione del genere umano tanto cara agli statisti di mezzo mondo. Le grandi questioni che hanno terremotato la storia dell’umanità, nella carne come nello spirito, sono infatti archiviate per sempre.

Da chi? Da una nuova divinità superiore: il pareggio di bilancio, che seppellisce definitivamente la sovranità nazionale degli stati e la loro autonomia nel prefigurare il modello di sviluppo. Scompaiono così la contraddizione tra l’autoritarismo e la democrazia, tra il progresso e la reazione allo stesso, tra la concentrazione monopolistica della ricchezza e l’allargamento al maggior numero di persone della stessa. Diventano anticaglia le culture dei diritti sociali ed economici, la diversità tra i modelli inclusivi e quelli esclusivi di organizzazione sociale, tra l’estremismo liberale e le costituzioni democratiche che hanno favorito il ruolo regolatorio e ordinamentario degli stati e delle organizzazioni internazionali. La democrazia diventa una superstizione o poco più, non è un caso che l’agendina non ne faccia cenno.

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E’ un’agendina minimal, di spessore intellettuale pari a zero, quella con la quale il funzionario dell’Unione europea chiude la storia europea; libertà, fratellanza, uguaglianza, i principi cardine dall’illuminismo fino alla Rivoluzione d’Ottobre, diventano oscure tracce del passato e persino la diversa concezione dello sviluppo economico che ha animato lo scontro secolare tra socialismo e capitalismo e, all’interno di quest’ultimo, tra economia sociale di mercato e liberismo, tra modello inclusivo ed escludente, sono artefatti ormai superati. Siamo quello che mangiamo, niente di più. Parola di Monti.

Quello che c’è di chiaro nell’agendina è davvero poco, ma è quello che viene malcelato ad essere più preoccupante. Non si parla di democrazia, di governance, di diritti sociali e di lotta alle diseguaglianze, perché sono temi che suscitano la riflessione e l’azione politica; di per se stessi, perciò, portatori di regole d’ingaggio per i popoli in chiave di allargamento della sfera dei diritti, che trasformano i sudditi in protagonisti, i governati in cittadinanza attiva. Pulsioni pericolose e controproducenti per i mercati, che non sopportano distrazioni quali la sovranità popolare; i controllori non tollerano essere controllati, men che mai regolamentati.

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L’Europa dei banchieri e dei tecnocrati non prevede infatti allargamento della sfera dei diritti sociali e politici, riduzione delle diseguaglianze, ricerca degli equilibri attraverso la mediazione sociale. Perché la lotta alle diseguaglianze, utile anche per le politiche di crescita oltre che sacrosanta e persino in linea con l’originario spirito europeista, viene temuta in qualità di freno oggettivo al comando centralizzato dell’Europa delle banche e della speculazione finanziaria, proseguimento con altri mezzi della supremazia industriale un tempo vigente.

E la famosa Europa? Il disegno contenuto nell’agendina non la propone come continente unito e unitario, come dimensione sovranazionale di un’identità politica pur difficile da raggiungere, ma solo come Europa della finanza e della moneta, concependo l’ortodossia della ragioneria finanziaria ultraliberista come Alfa e Omega dell’orizzonte politico europeo.

Non ci si pone mai l’interrogativo sull’efficacia del modello e sul deficit profondo che vige tra le aspirazioni contenute nel disegno dei padri fondatori della UE e l’egemonia assoluta del panzern tedesco, che continua da secoli a immaginare il vecchio continente come la sede geografica del suo impero, il luogo da quale estrarre ricchezza e forza destinate alla proiezione internazionale del Reich. Tantomeno si ricorda come proprio l’esigenza di arginare la pulsione imperiale tedesca sia stata una delle motivazioni che hanno determinato la costruzione del Manifesto di Ventotene.

Non sono dimenticanze figlie della fretta, non si tratta di omissioni interessate o di superficialità dell’analisi, pure colpe presenti a dosi massicce nell’esposizione di Monti, autodenominatosi economista senza esserlo (è professore di economia, che è cosa assai diversa) statista (senza mai esserlo stato) e indipendente (ruolo smentito da tutta la sua carriera al servizio di banche e partiti).

Quello che dalle paginette emerge con chiarezza è l’assoluta assenza di un pensiero mentre abbonda la dottrina del primato assoluto dei numeri. Come fosse stata redatta a Manchester, emerge come l’idea che Monti e i suoi ispiratori hanno dell’Europa è la stessa da sempre: non un continente dove sperimentare un modello democratico e federale, ma governato dal comando assoluto dei centri finanziari, pronti, all’occorrenza, ad occupare le istituzioni, come appunto nel caso di specie.

In una classica nemesi, potrebbero aver ragione coloro che confidano nella certezza che sarà la dura realtà dei numeri a riporre Monti nell’abito che gli appartiene, ovvero che saranno le percentuali elettorali ottenute a fine febbraio a definire una volta per tutte lo spessore del personaggio e la fiducia popolare di cui davvero gode. Nei circoli dell’Europa che conta (e persino in seno al suo primo sponsor, il Vaticano) sembra ci siano già le prime delusioni, non si credeva che il livello di consenso potesse essere così basso. Previsioni? Beh, nulla di strano che l’uomo con i poteri forti alle spalle che voleva mangiarsi l’Italia tra meno di due mesi si ritrovi con le spalle scoperte e l’Italia sul gozzo, inducendo repentinamente quella galassia che si coagula tra i suoi riferimenti a dover cercare un uomo diverso con cui riprendere il solito vecchio gioco. Tornerà utile allora al professore non aver comodamente rinunciato al “sobrio” vitalizio da senatore a vita.

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Ai suoi detrattori, però, probabilmente il professor Monti sta comunque facendo un piccolo favore. Con la presentazione di questo polo centrista, di fatto ha portato al centro una massa di voti che eroderà consensi in primis al redivivo PdL che avrà ancor più difficoltà a limitare il suo disastro elettorale. Certo, l’erosione del consenso avverrà come logico anche nell’area più centrale del centrosinistra, un fatto inconfutabile che difatti Bersani sta cercando di colmare con tenacia con nuove candidature, nel tentativo di rendere il suo partito un po’ più attrattivo nell’area contigua, come dimostrano i recenti inserimenti di candidature forti provenienti dal mondo cattolico.  Ma il quadro è molto fluido e tale resterà nei prossimi giorni e settimane, complice l’arrivo della formazione riunita a testuggine sotto il nome del magistrato Ingroia. Una formazione, questa, che certamente eroderà consensi sopratutto a SEL, e di fatto a tutta la coalizione di centro sinistra. A questo punto, i sondaggisti concordano che anche l’outsider Grillo pagherà il prezzo di un minor consenso al suo movimento.  A questo punto si tratta solo di capire quanti moderati delusi dal berlusconismo avranno il coraggio di scegliere il polo centrista, quanti “cattodem” del centrosinistra abbandoneranno il PD per Monti (perché di certo nel farlo non voteranno né Fini né Casini..), quanti disillusi dalle primarie PD troppo condizionanti decideranno di votare per protesta movimenti come quello di Grillo, tanto per fare una prima analisi. Di certo, ex ante la lista unica di Monti al Senato potrebbe imbarcare fin troppi ex capibastone di UdC e Futuro e Libertà. Mentre ex post, se dovessero avere forte consenso le vecchie clientele di questi due partiti piuttosto che la sua lista, Monti sarebbe definitivamente ostaggio già alla camera dei suoi alleati. Portandosi dietro il sipario di una precoce discesa nel nulla quell’amarezza di aver contribuito a salvare  la peggior casta che succhia da anni il sangue all’Italia, e che senza di lui sarebbe forse definitivamente finita fuori dal parlamento. 

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Categorie:politics, trends
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