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Stati Uniti d’America pieni di idee, non di posti di lavoro

L‘America ha bisogno di condividere più ampiamente i vantaggi dell’innovazione. L’economia si sta riprendendo, ma la fiducia americana rimane impantanata a livelli tipici dei periodi di recessione. Per colpa della disoccupazione, come anche dei prezzi della benzina, si avverte una fastidiosa sensazione che l’America è in declino. Con un sondaggio nel mese di febbraio 2011 è stato chiesto agli americani di fare il nome della prima potenza economica del mondo. Con un margine significativo, gli intervistati hanno fatto il nome della …Cina. Così Barack Obama si è fatto interprete di questo comune sentire, e ha sfruttato quest’ansia. L’America, ha sostanzialmente detto, si affaccia come con un novello “Sputnik” e deve “competere per i posti di lavoro e per mantenere in piedi le sue industrie”, spendendo di più in ricerca, istruzione e infrastrutture. Ma l’idea che l’America è in procinto di essere sconfitta da intelligenti concorrenti, più innovativi in  tutto, è viziata. In primo luogo, la competitività è un concetto che spesso viene confuso: presuppone,  erroneamente, che come accade con le squadre di calcio, si vince solo quando un’altra squadra perde. Ma, di fatto, la crescita economica di un paese non si sottrae a quella di un altro. L’America pertanto deve innovare e aumentare la sua produttività per rimanere ragionevolmente sana. Il problema oggi è che i benefici di tale innovazione e produttività si sono concentrati in modo così restrittivo, che il salario medio dei lavoratori ha genericamente subito tutti gli effetti negativi di una stagnazione.
 
Verso la fine dello scorso decennio la produttività americana ha cominciato a crollare, un segno – per alcuni – che il pay-off derivato dalle nuove tecnologie dell’informazione potesse aver in gran parte esaurito i suoi effetti. Ma uscendo dalla recessione è  aumentate la produttività, che gli analisti hanno valutato fino ad un 3,9% lo scorso anno, davvero il tasso più alto partendo dal 2002. Questo è stato dovuto ad eventi in gran parte ciclici. E quindi la crescita della produttività a lungo termine sarà più modesta, ma certo il suo tasso dipenderà dagli investimenti, che essenzialmente riguardano il capitale umano e la capacità di fare innovazione.Dopo il collasso registrato durante la recessione, gli investimenti in attrezzature sono andati in ripresa del 17% nell’ultimo trimestre del 2010, rispetto allo stesso dato dell’anno precedente. Il capitale umano è però la maggiore sfida. Gli americani hanno portato in alto il loro livello di istruzione, tanto che questo è oggi a mala pena in aumento, mentre altri paesi nel mondo hanno raggiunto solo recentemente grandi progressi. Questa è una delle ragioni per cui Dale Jorgenson, un economista della Harvard University, calcola la crescita complessiva della produttività come pari – in media – al 1,5% nel prossimo decennio, ovvero in calo dal 2% nei due precedenti.L’innovazione è infatti ciò che più preoccupa Obama. Barack teme che le prossime  scoperte nei settori dell’energia, dei trasporti e delle tecnologie dell’informazione possano avvenire altrove, e che quindi la ricerca e lo sviluppo interni scendano. Rob Atkinson, presidente della Information Technology e Innovation Foundation, un think-tank sostenuto dal settore tecnologico, riconosce che l’America parte da un livello impressionante, ma riferisce anche che altri paesi stanno recuperando la loro crescita in Ricerca e Sviluppo: il numero dei loro scienziati e ingegneri a poco a poco si avvicina, o supera, quelli al lavoro negli Stati Uniti. La tigre è la Cina, che ha raddoppiato la sua quota del PIL destinata alla R & S, anche se rimane ancora al di sotto degli Stati Uniti.
 
Nel 2000 gli americani depositavano domande di brevetto sei volte tanto rispetto a quanto fatto dai cinesi. Entro il 2009, tuttavia, la Cina ha superato il totale dei brevetti detenuti dagli americani.
 
 Questo si spiega perchè le società americane hanno cominciato a costruire più strutture di R & S nei paesi emergenti, sia in risposta alle pressioni del governo locale di turno, sia perché desideravano essere più vicine ai loro clienti. General Electric, che ha già centri di ricerca in Cina, India e Germania, ha annunciato lo scorso anno che ne avrebbe aperto uno in Brasile. Questo, si dice, non è avvenuto a spese dell’America: GE prevede di aggiungere altri due centri di ricerca negli Stati Uniti. Mark Little, il capo della GE Global Research, la divisione in-house della società che si occupa di ricerca, dice chiaramente che la massa di scienziati e ricercatori che hanno in altri paesi permette al gruppo di portare sul mercato prodotti che non avrebbero nemmeno mai pensato prima.

Adam Segal, autore del bestseller “Il vantaggio: come l’innovazione americana è in grado di superare la sfida asiatica”, dice che la minaccia dell’Asia alla leadership tecnologica americana è sopravvalutata. E’ vero che i risultati della ricerca in Cina sono alle stelle, ma gran parte di essi sono di scarsa qualità o conseguenti alla nota pratica del plagio. Ci sono aziende cinesi finite sotto sequestro che hanno una quota di mercato importante nel settore dei pannelli solari e delle turbine a vento. Proliferano in gran parte a causa dei salari ridotti di fabbricazione, dice Segal: “Non hanno fatto nessun progresso importante in una qualsiasi delle tecnologie che utilizzano.” Ed infatti la spesa per la R & S in questo campo da loro è minuscola.

Il vero problema per l’America non quindi è la sua capacità innovativa, ma il fatto che i suoi vantaggi possono relativamente andare  a pochi beneficiari. Questo è illustrato da un recente lavoro di Michael Spence e Sandile Hlatshwayo, entrambi della New York University. Hanno suddiviso i posti di lavoro, tra i diversi settori, in negoziabili e non negoziabili. I negoziabili comprendono i settori manifatturiero, merci e servizi come la finanza e l’ingegneria che competono a livello globale. Qui il valore aggiunto per persona è aumentato notevolmente, ma il numero di posti di lavoro è effettivamente diminuito tra il 2000 e il 2008. Era vero il contrario nei servizi non-negoziabili, ovvero laddove ci si rivolge allla pubblica amministrazione e la sanità. Qui il reale valore aggiunto è aumentato debolmente, mentre l’occupazione è aumentata in modo significativo. Dietro a questo, dice il signor Spence, c’è la tendenza delle multinazionali americane di mantenere la più alta attività a valore aggiunto in casa, e decidere per lo spostamento delle attività a minore valore aggiunto, come il manifatturiero, all’estero.

Qualcomm, uno sviluppatore di chip di telefonia mobile e tecnologia correlata con sede a San Diego, guadagna circa il 40% delle sue entrate dalle tasse di concessione di licenze e di diritti per la tecnologia sviluppata principalmente in America, dove risiedono i tre quarti dei suoi lavori dipendenti. L’anno scorso ha speso 2,5 miliardi di dollari o circa il 20% delle entrate, sulla R & S per progetti quali lo sviluppo Mirasol, un display per telefoni a basso consumo energetico. Paul Jacobs, boss della società, lamenta gli alti tassi corporate-tax e la difficoltà di ottenere visti per gli ingegneri immigrati nati all’estero, ma sostiene che l’America non sta per essere sostituita come centro per l’innovazione. In California, Qualcomm ha un flusso di laureati dei migliori college che garantisce un pool di idee e di reclute di qualità, generato da accordi per il sostegno delle imprese di start-up.

Ma Qualcomm non ha fatto nulla producendo in proprio: sebbene Mirasol sia stato sviluppato in America, laproduzione sarà made in Taiwan, perchè lì oggi ci sono le migliori competenze, i migliori fornitori e le correlate economie di scala.

Questi risultati presentano un dilemma per i politici americani. E’ il noto problema della Green card. Gli stati federali ritengono che facilitare l’immigrazione per favorire l’ingresso nei dottorati di ricerca a studenti nati all’estero,  darebbe slancio all’ innovazione e ai successi di ogni azienda, ma non produrrebbe molti posti di lavoro per gli americani. C’è chi vorrebbe vedere incentivi statali volti a settori manifatturieri strategici. Ma tali politiche hanno scarsa presa attualmente.  E il congresso è davanti a scelte decisive, al di là di quello che Obama dice.

 
 
 
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America needs to share the benefits of innovation more wide 

The economy is recovering, yet American confidence remains mired at levels more commonly seen in recessions. For that blame unemployment, petrol prices and a deeper, nagging feeling that America is in decline. A Gallup poll in February asked Americans to name the world’s leading economic power. By a significant margin, they said China.

Barack Obama has exploited this anxiety. America, he has said, faces a new “Sputnik moment” and must “compete for the jobs and industries of our time” by spending more on research, education and infrastructure. But the notion that America is on the verge of being vanquished by cleverer, more innovative competitors is flawed. First, competitiveness is a woolly concept that wrongly supposes countries, like football teams, win only when another team loses. But one country’s economic growth does not subtract from another’s. Second, America’s ability to innovate and raise productivity remains reasonably healthy. The problem is that the benefits of that innovation and productivity have become so narrowly concentrated that workers’ median wages have stagnated.

Towards the end of the last decade American productivity began to slump, a sign to some that the pay-off from new information technology had largely been exhausted. But coming out of the recession productivity surged; it rose by 3.9% last year, the fastest rate since 2002. This was largely cyclical, since business output has recovered more quickly than hiring. Long-term productivity growth will be more modest, and its rate will depend on investment, human capital and innovation.

After collapsing during the recession, investment in business equipment has bounced back, rising 17% in the last quarter of 2010 from the figure a year earlier. Human capital is more of a challenge. Americans once led the world in educational attainment, but this is now barely rising while other countries have caught up (see article). That is a key reason why Dale Jorgenson, an economist at Harvard University, reckons overall productivity growth will average 1.5% in the coming decade, down from 2% in the previous two.

Innovation is what preoccupies Mr Obama. He worries that the next breakthroughs in energy, transport and information technology will occur elsewhere. His advisers fret that federal research and development has fallen sharply since the Sputnik era. But the picture is more encouraging once private R&D is included. In 2008, the most recent year for which data are available, total R&D was 2.8% of GDP, near the top of its historical range (see chart). American patent applications tailed off during the recession, but only after doubling in the decade before.

Rob Atkinson, president of the Information Technology and Innovation Foundation, a think-tank backed by the technology industry, acknowledges that America starts from an impressive level, but says other countries are catching up as their growth in R&D and the number of their scientists and engineers gradually approaches, or overtakes, America’s. China has doubled the share of its GDP devoted to R&D, although it remains below America’s. In 2000 Americans filed six times as many patent applications as Chinese residents did. By 2009, however, China had surpassed the American total.

American companies have begun to build more R&D facilities in emerging countries, both in response to local government pressure and to be closer to customers. General Electric, which already has research centres in China, India and Germany, announced last year that it would put one in Brazil. This, it says, has not come at America’s expense: GE plans to add two more research centres in the United States to the one it runs in upstate New York. Mark Little, the head of GE Global Research, the company’s in-house research division, says putting scientists and researchers into other countries enables GE to come up with products it would not have thought of before. For rural Chinese hospitals, more used to doing things manually than in America and Europe, GE designed less-automated MRI machines.

Adam Segal, author of “Advantage: How American Innovation can Overcome the Asian Challenge”, says Asia’s threat to American technological leadership is overstated. China’s research output is soaring, but much of it is poor-quality or based on plagiarism. Chinese companies are seizing market share in solar panels and wind turbines largely because of low manufacturing wages, says Mr Segal: “They have made no major breakthroughs in any of the underlying technologies.” R&D spending in India is minuscule.

The real problem for America is not its innovative capacity, but the fact that its benefits go to relatively few. This is illustrated by a recent paper by Michael Spence and Sandile Hlatshwayo, both of New York University. They divided jobs among tradable and non-tradable sectors. Tradable sectors include manufacturing, commodities and services such as finance and engineering that compete globally. Value-added per person, a proxy for productivity, rose sharply in this sector, but the number of jobs actually declined between 2000 and 2008. The opposite was true in the non-tradable services such as government and health care. There real value-added rose only sluggishly, but employment expanded significantly. Behind this, says Mr Spence, is the trend of American multinationals to keep the highest value-added activities at home while shifting lower value-added activities, such as manufacturing, abroad.

Qualcomm, a developer of mobile-phone chips and technology based in San Diego, earns roughly 40% of its revenue from licensing and royalty fees for technology developed primarily in America, where three-quarters of its employees work. Last year it spent $2.5 billion, or roughly 20% of revenue, on R&D for such projects as developing Mirasol, an easy-to-read, energy-efficient phone display. Paul Jacobs, the company’s boss, complains about high corporate-tax rates and the difficulty of getting immigrant visas for foreign-born engineers and scientists, but maintains that America is not about to be superseded as a centre for innovation. In California Qualcomm has access to the best college graduates and a pool of ideas and recruits generated by a nexus of established and start-up companies.

But Qualcomm has done no manufacturing of its own since selling its last handset plant in 2000. Although Mirasol was developed in America, the displays will be made in Taiwan, which has the skills, the suppliers and the economies of scale.

These findings present a dilemma for America’s policymakers. Raising federal R&D spending and easing immigration for foreign-born PhDs would boost innovation and company successes, but would not produce many jobs. Mr Spence and Mr Atkinson would like to see government incentives aimed at strategic manufacturing sectors. But such policies have a poor track record. And in any case Congress is in no mood to pay for them, no matter what Mr Obama says.

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