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Chi sono quelli che vogliono tramutare l’acqua in oro

Acqua. La guardiamo scorrere dai nostri rubinetti come se fosse naturale che esca da lì. La guardiamo cadere in abbondanza e gli diamo scarso peso. Sarebbe diverso se potessimo scambiarla con la benzina e mettere con essa in moto i nostri veicoli. Così abbiamo imparato che la benzina costa  (e non è vero davvero, visto che per l’80% del prezzo sono tasse) e che invece l’acqua è un bene assai disponibile, e quindi anche a buon mercato (e infatti anche questo non è vero).  Come se non bastasse,  ora, con il prossimo, scontato, blocco degli investimenti nel nucleare, sul destino dell’acqua si addensano … nuvole nere. Eh sì, perchè da alcune settimane in Italia le merchant bank guardano con maggiore interesse al business dell’acqua. uno dei pochi che potrebbe restare in piedi, a loro parere. Se il nucleare subirà, in un caso o nell’altro, una battuta di arresto, dove dirigere investimenti e speculazioni? Nel business dell’acqua: perchè solo per gli acquedotti, dicono gli esperti, bisognerà investire qualcosa come 16 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. E altri 19 miliardi dovrebbero presto andare per fognature e depuratori. Ecco allora che, tra manutenzione del sistema idrico e opere nuove di zecca, il conto della spesa prevista superare i 64 miliardi di euro. Svanito il sogno di lavorare sul nucleare, molte imprese, italiane ed estere sia ben chiaro, incrociano le dita e sperano che non svanisca anche il grande affare dell’acqua. Che è prima di tutto un bel business per i costruttori, tra cemento, tubi, scavi e via dicendo. Uno dei pochi settori, oramai, in cui possono arrivare molti denari dalle casse dello Stato. Giuseppe Roma, del Censis, stima che almeno l’11 per cento di quegli agognati 64 miliardi arriveranno da fondi pubblici. Ma Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, ha già suonato l’allarme rosso, sostenendo che la vittoria del “sì” al referendum anti-privatizzazione, inchiodando le società che gestiscono i servizi nell’area pubblica, collocherebbe i loro prestiti nell’alveo del debito dello Stato: con il rischio che gli investimenti vengano bloccati per non sforare il noto, e per alcuni fastidiosissimo, patto di stabilità.

Fino a qualche settimana fa un massiccio afflusso di investimenti privati pareva ineluttabile, grazie alla prospettiva di vendere l’acqua a prezzi remunerativi, cioè crescenti. Ora però, sia i gestori che gli operatori guardano preoccupati al referendum del 12 e 13 giugno. “Se vince il sì all’abrogazione dei due articoli sull’affidamento ai privati e sulla remunerazione del capitale, ci vorranno anni per riattivare il flusso di denari per modernizzare la rete”, dice Roberto Bazzano, presidente dell’Iren, società nata dalla fusione di ex aziende municipalizzate (tra cui quelle di Genova, Torino e Reggio Emilia), e numero uno di Federutility, la federazione delle utilities che aderisce a Confindustria.

Secondo Bazzano, anche i finanziamenti già decisi dagli Ato (gli ambiti territoriali ottimali) arrivano a rilento, nella misura del 50 per cento dei 2 miliardi di euro di cui ci sarebbe bisogno ogni anno per tappare le falle di una rete-colabrodo che perde un terzo dell’acqua prima che arrivi al cliente: “Chi ha voglia di investire soldi freschi, oggi, sapendo che tra qualche mese il capitale potrebbe non essere più remunerato per legge?”, si chiede retoricamente il capo di Federutility. Un’analisi che, ovviamente, non è affatto condivisa dai referendari, che la pensano esattamente all’opposto: l’acqua è meglio pubblica.

Una torta da 64 miliardi. Da spartire tra il gruppo Caltagirone, la famiglia Benetton, gli eredi Gavio, i Pesenti e l’immancabile Ligresti. Senza gare d’appalto. Ecco perché il referendum del 12 – 13 giugno alle lobby dell’acqua fa tanta paura

La battaglia si fa effervescente dal punto di vista politico. Al governo piacerebbe far saltare anche questo referendum, dopo quello sul nucleare, per far mancare il quorum al quesito sul legittimo impedimento, temuto da Silvio Berlusconi. Si aggiunge lo scontro ideologico che verte sul quesito: “E’ giusto fare i soldi con l’acqua?”. Il fronte del no, mosso da sinistra, conquista adepti anche nelle fila degli amministratori locali espressi dal centro destra.

Dietro l’aspetto politico e ideologico si nasconde in realtà una questione legata agli affari possibili. I players, italiani ma anche stranieri, sono più che agguerriti. A partire dal gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, azionista privato sempre più “pesante” dell’Acea, e dai francesi di Gdf-Suez (che sono soci della stessa Acea ma giocano anche in proprio) o degli altri francesi di Veolia. In teoria, la torta potenziale è talmente grossa che non ci sarà bisogno di sventolare l’italianità contro i colonizzatori d’Oltralpe. I due colossi Gdf-Suez e Veolia sono già ben radicati sull’italico suolo, e anche se la stessa Acea, la Iren con l’appoggio strategico del Fondo per le Infrastrutture (F21) guidato da Vito Gamberale o la bolognese Hera aspirassero davvero a divenire dei “campioni nazionali”, ci sarebbe spazio per tutti.

I bocconi potenzialmente più attraenti sono le città e le zone dove la gestione del servizio idrico è ‘in house’, cioè affidata a società interamente controllate dall’ente pubblico

“Entrare nel business dell’acqua è proficuo soprattutto per chi realizza infrastrutture”. Vero? Plausibile certamente sì. “Prendiamo come esempio l’Acea: se la società decidesse di realizzare un grosso lavoro di ristrutturazione della rete idrica, probabilmente lo farà fare a Vianini Lavori, impresa controllata dallo stesso Caltagirone”, sottolinea Marco Bersani, uno dei fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Ma non ci sono le gare d’appalto? “Nessun problema. Anche se dal primo gennaio 2010, l’Unione europea ha abbassato la soglia minima per le gare pubbliche da 5,1 milioni di euro a 4,8, chi vuole affidare i lavori senza essere costretto a indire una gara può sempre spezzettare le opere in più parti”, afferma ancora Bersani. Tra le aziende interessate ai molti business legati all’acqua sul fronte delle opere spiccano nomi celebri di società quotate in Borsa: come Impregilo (azionisti Benetton, Gavio e Ligresti) e Trevi Group, che nel realizzare pozzi per l’estrazione d’acqua può affiancare alle macchine perforatrici le pompe e le vasche per il trattamento del fango. Amministratore delegato del Trevi Group è Cesare Trevisani, vicepresidente di Confindustria. Senza dimenticare grandi cementieri come i Pesenti, patron di Italcementi, certo attenti agli sviluppi dei futuri progetti su acquedotti, depuratori e fognature.
 
I bocconi potenzialmente più attraenti sono quelli che nella mappa qui sotto vi evidenziamo in blu. 

“Si tratta di città e zone dove la gestione del servizio idrico è “in house”, cioè affidata a società interamente controllate dall’ente pubblico, come Milano, Torino, Napoli, parte del Piemonte, le province di Bergamo e Verona”, spiega Luca Martinelli, giornalista di Altreconomia e autore del pamphlet anti-privatizzazione “L’acqua (non) è una merce”, appena uscito in libreria. Martinelli critica la Legge Ronchi, quella che obbliga le società che gestiscono il servizio a scendere sotto il 40 per cento di partecipazione pubblica già entro la fine del 2011 e attacca il meccanismo della gara obbligatoria per ottenere la concessione: “Negli ultimi 15 anni, alla maggior parte dei bandi ha partecipato un solo soggetto: dov’era la concorrenza tanto strombazzata?”. Martinelli sottolinea anche come due dei big nazionali della gestione come Iren ed Hera siano cresciuti non vincendo appalti “ma rilevando altre società pubbliche che avevano in pancia affidamenti ottenuti senza gara. Alla faccia della competizione”. Nonostante il 47 per cento di rincari delle tariffe tra il 1998 e il 2008, il costo dell’acqua resta mediamente inferiore, in Italia, rispetto a molti altri paesi. Secondo il Blue Book di Utilitatis, nel 2009 una famiglia di tre persone ha sborsato, a Roma, 204 euro per un consumo di 200 metri cubi, contro i 224 di Singapore, i 275 di Stoccolma, i 317 di Lisbona. Maurizio Del Re, amministratore delegato di Sorical (53,5 per cento Regione Calabria, 46,5 per cento Veolia), fa due conti: “Attualmente una famiglia italiana di tre persone spende per l’acqua 20 euro al mese, circa 7 euro a persona. Se venisse realizzato veramente il piano di investimenti da 60 miliardi, gli incrementi di tariffa sarebbero di 5 euro a persona all’anno per trent’anni”. Il che vorrebbe dire passare da 84 euro all’anno a persona a 234 alla fine del trentennio. Non male, da qualsiasi ottica la si guardi!

Città e zone dove la gestione del servizio idrico è "in house"

A dispetto dei rincari già subiti, tuttavia, almeno finora la salute della rete idrica nazionale è restata più che cagionevole, anche se non mancano situazioni ad alto tasso d’efficienza, tipo Milano (perdite inferiori al 10 per cento), dove l’acqua è peraltro saldissimamente in mano pubblica e nessuno si sogna, per adesso, di privatizzarla. Di quattrini per rattoppare e migliorare ce n’è un gran bisogno: che li caccino lo Stato o gli enti locali, finanziandosi con le tasse (come vorrebbero i referendari), o i privati per ottenere rendimenti futuri, a chi costruisce o posa condotte, acquedotti e depuratori, interessa relativamente. Si lamenta Alessandro Gariazzo, il cui gruppo lavora nell’acqua da un secolo ma da un po’ ha dovuto diversificare per carenza d’affari: “Da dieci anni con l’acqua si combina poco, per noi ormai vale il 30 per cento del fatturato. Per fortuna ha piovuto molto, sennò saremmo stati spesso in emergenza. La realtà e tragica, specie se confrontata con quello che fanno in città come Chicago, dove ogni dieci anni il comune emette un bond per finanziare la sostituzione delle tubature. Un sogno, visto da qui”.
 
 
Acqua
I dati dal dossier “Servizio idrico integrato 2011”
I costi dell’acqua città per città, la mappa delle dispersioni della rete idrica e la soddisfazione degli utenti
 
 
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Ecco l’Italia che perde acqua, denaro e, giocoforza, credibilità

Tubature colabrodo. Acquedotti vecchi. Enti creati e poi demoliti. Con i privati pronti ad approfittarne per entrare nel business. Un dossier esclusivo rivela interessi e inefficienze nel bene più prezioso.

L’acquedotto del Simbrivio è un pachiderma con due pregi. Il primo è che serve, per conto di Acea Ato2 spa, decine di comuni attorno a Roma. Il secondo, invece, è che pare inarrestabile. Malgrado il consorzio omonimo a cui fa capo sia finito in liquidazione, il 21 dicembre scorso la Regione Lazio gli ha concesso di allacciarsi a una nuova sorgente (del Pertuso). Episodio curioso in un quadro curioso. Basti pensare che tra i favorevoli all’operazione c’è Massimo Sessa, ingegnere già citato dalle cronache per il suo interessamento alla carriera in Acea di Camillo Toro, figlio del celebre Achille, ex procuratore aggiunto a Roma finito nel caso Cricca. Lo stesso Sessa, ora, è sia commissario di governo al Simbrivio per l’emergenza idrica (causa arsenico nelle acque), sia commissario straordinario per la liquidazione del consorzio: che in quanto tale, non si è opposto all’acquisizione della nuova fonte, da lui stesso auspicata per migliorare la qualità del servizio. “Ed è giusto l’inizio”, dicono all’Acea. Nel senso che Sessa non è l’unico a sedere su due poltrone. “Marco Mattei, per esempio, è vicecommissario liquidatore del Simbrivio (dopo un decennio da sindaco di Albano) e assessore all’Ambiente della Regione Lazio”, la stessa che ha permesso al consorzio di utilizzare la sorgente Pertuso. “Mentre Massimo Paternostro non segue soltanto il Simbrivio come “dirigente al controllo della segreteria tecnico operativa”, ma è anche membro del collegio commissariale del Simbrivio stesso”.

Un evidente affollamento: di ruoli, di responsabilità, di competenze. “La maniera migliore”, ironizza Stefano Ciafani di Legambiente, “per affrontare il 22 marzo la giornata mondiale dell’acqua, dedicata quest’anno al rapporto tra risorse idriche e urbanizzazione”. Un appuntamento carico di speranze, per il pianeta, ma che in Italia stride con le cattive notizie in arrivo da Cittadinanzattiva, il movimento in difesa dei diritti civili autore del dossier “Servizio idrico integrato 2011″(qui proposto in esclusiva), dove il dissesto del sistema acqua emerge in tutta la sua gravità. “La gestione “, si legge, “presenta un’eccessiva frammentarietà”, e tra le cause essenziali sono indicate le reti idriche, malmesse al punto “da causare una perdita media del 35 per cento di acqua immessa nelle tubature”. Da qui, un “30 per cento della popolazione sottoposto a un approvvigionamento discontinuo e insufficiente”, con i gestori di acquedotti che faticano a raccogliere (e quindi elargire) finanziamenti (“Su circa 6 miliardi di euro previsti al 2008, solo il 56 per cento è stato realizzato”), e i cittadini che pagano tariffe “aumentate dal 2000 a oggi del 64,4 per cento”.

“Un mondo immaturo”, lo definisce Antonio Massarutto, professore di Economia pubblica a Gorizia. E nessuno prova a contraddirlo. Anzi: dalla ricerca di Cittadinanzattiva, si scopre che nel 2010 gli italiani hanno indicato l’acqua come principale origine di disagi locali: 26 per cento, questo il dato, contro il 22 per cento dei rifiuti e il 12 a pari merito di trasporti pubblici e viabilità. Numeri che tornano in mente, non a caso, quando si arriva in provincia di Agrigento, dove l’acquedotto viene gestito da Girgenti Acque spa: società pubblico-privata che raggiunge 359 mila siciliani, con mille chilometri di rete e 14 sorgenti.

“Per inquadrare il contesto”, interviene Cittadinanzattiva, “bisogna ricordare che ad Agrigento il servizio idrico integrato, cioè l’insieme di acqua, fognature e depurazione, è costato nel 2009 al cittadino 419 euro, mentre a Catania si sono spesi ben 232 euro in meno”. Dopodiché, è più comprensibile il nervosismo cronico della popolazione. Già nel 2008, un volantino recitava: “La rete idrica fa acqua da tutte le parti, tranne che dai rubinetti delle nostre case!”. E come assurdità in atto, si citava la panacea proposta dalle istituzioni: il raddoppio del dissalatore privato di Porto Empedocle, pensato per immettere più acqua nella rete già colabrodo. “Alla fine”, dice Claudia Casa di Legambiente, “il raddoppio del dissalatore è saltato”. Ed è scaduta, intanto, anche la convenzione con la Regione. “Ora, mentre continua il razionamento dell’acqua, c’è chi auspica, a destra come a sinistra, che l’impianto sia acquisito dal Comune o dalla Regione stessa (per poi affidarlo, sempre, alla Girgenti Acque spa), con una spesa attorno ai 500 mila euro. Dimenticando, forse, che finora quest’avventura ci è costata 10 milioni di euro…”.
La notizia incoraggiante, va precisato, è che la Regione Sicilia intende resuscitare la rete idrica agrigentina con 25 milioni di fondi Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate). Il che non sposta la domanda chiave: perché è tanto difficile, in Italia, garantire un discreto servizio idrico, magari anche con tariffe adeguate? E perché la situazione non si sblocca, nonostante le infinite proteste popolari? “Tutto è iniziato nel 1994 con la legge 36”, riepiloga Roberto Passino, presidente della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche (Conviri): “Quell’atto, essenziale, è partito dal fallimento dell’amministrazione pubblica nel settore acque, e ha lanciato in alternativa una cultura industriale con l’intervento dei privati”. In seguito, prosegue Passino, è arrivato il decreto 135 del 2009 (più noto come decreto Ronchi, dal cognome dell’Andrea ex ministro delle Politiche comunitarie), “dove continuando a considerare l’acqua come un bene pubblico, si è previsto l’obbligo di svolgere gare per assegnare la gestione delle risorse idriche”.

In altre parole, si sono definitivamente spalancati i portoni agli appetiti privati. Irritando molti italiani. Così è partita la campagna referendaria per “ripubblicizzare” l’acqua, con la raccolta in poche settimane di 1 milione 400 mila firme (vedi box a pag. 85). In coro, gli antagonisti del “liberismo selvaggio”, quello che “punta a privatizzare i beni e servizi pubblici”, hanno scandito la loro protesta contro “il disprezzo totale dei diritti fondamentali”. Ma in attesa che sia fissata una data certa per il referendum (ipotesi più solida, il 12 giugno), le statistiche illustrano uno scenario zoppo, più che svenduto, dove i privati sono presenti senza stravincere: “Dei soggetti affidatari”, dice l’ultima relazione parlamentare del Conviri, “57 sono società pubbliche, 23 a capitale misto e nove quotate in Borsa”, mentre soltanto sette hanno un assetto al cento per cento privato.
La riprova”, a sentire il presidente del Conviri, che “l’innovazione è bloccata da interessi locali, incapacità gestionali e utilizzo conservatore dell’acqua da parte dei politici, i quali vorrebbero lasciare tutto immobile, tariffe incluse, pur di mantenere il consenso”. E a sostegno di questa visione, riassunta dallo slogan “il punto non è gestione pubblica o privata dell’acqua, ma gestione valida o meno” (stesso approccio di Ermete Realacci, responsabile green economy Pd), arriva un aneddoto da Ascoli Piceno, dove gestisce l’acqua la società pubblica Ciip (Cicli integrati impianti primari) spa: “Qui siamo al paradosso”, sostiene un funzionario: “Da una parte l’assemblea dei sindaci, che deve monitorare il territorio, ha invitato a inizio 2010 il gestore idrico di aumentare le tariffe”. Dall’altra parte, gli stessi sindaci, “in quanto soci dell’spa che segue l’acquedotto, si sono espressi in un primo momento contro l’aumento da loro stessi indicato, giustificando la scelta con “la congiuntura economica nazionale e internazionale” e l’effetto stabilizzante della tariffa”. Anche se il sospetto, riferisce il funzionario, “è che il problema fossero le elezioni in arrivo…”.

Un groviglio vivisezionato, per competenza, dal Conviri. E non è certo l’unico. Ad allarmare Passino e colleghi, è anche l’inarrestabile dispersione registrata negli acquedotti italiani. Il dossier di Cittadinanzattiva, in particolare, rivela che il record del 2009 è andato al Molise, con il 65 per cento di acqua svanita, seguito da Basilicata (58 per cento) e Abruzzo (45). Altrettanto significativo, è che il 54 per cento degli italiani sostenga di “non bere normalmente acqua di rubinetto”, con una percentuale che al nord scende al 50 per cento, ma al Sud schizza al 64. E mentre qua è là, timidamente, affiorano isole quasi felici, come Arezzo (dove il servizio è affidato alla società pubblico-privata Nuove Acque spa) o Firenze (gestore Publiacqua spa), spuntano altri capitoli bui: come quello dei depuratori. “Un mese fa”, spiega Stefano Lenzi, capo dell’ufficio legislativo di Wwf Italia, “la Commissione europea ha chiesto alla Corte di giustizia di condannare il nostro Stato per violazione delle normative sull’acqua”. E nel suo studio, dice Lenzi, “la Commissione ha indicato 178 città italiane sopra ai 15 mila abitanti senza impianti di trattamento delle acque reflue, o reti fognarie, conformi alle regole Ue”.
Tradotto in regioni, le tabelle indicano che in Sicilia il 46,1 per cento dei residenti non è servito da depuratori. Altrettanto gramo è il conteggio in Campania, dove non c’è depurazione per il 33 per cento degli abitanti. Ma il caso più eclatante, forse, è quello della Lombardia, la civile Lombardia che per Cittadinanzattiva è all’ultimo posto come dispersione idrica (17 per cento), e al primo con Milano per il costo più basso del servizio (106 euro annui). “Eppure anche qui”, dice Legambiente, “il 22, 2 per cento degli abitanti non è raggiunto da depuratori, il che vuol dire che restano esclusi 2 milioni 162 mila 874 lombardi”.

La verità, a detta di Mauro D’Ascenzi, numero due della Federutility in cui convergono le aziende idriche, “è che quando si ragiona di acqua, ci si indigna per le tariffe troppo alte, peraltro un quinto di quelle tedesche, o per lo stato pessimo di certi acquedotti. Ma non si discute, quasi mai, della questione in generale, dove s’incastrano urgenze come le mutazioni climatiche o il massiccio utilizzo dell’acqua potabile per l’irrigazione agricola”. Temi da non sottovalutare, avverte D’Ascenzi, “se vogliamo garantire l’acqua, cioè un bene in via di esaurimento, alle future generazioni”.
Che è saggio, come approccio. E condivisibile. Ma deve battersi con le contraddizioni dell’Italia 2011, dove “l’acqua viene trattata senza rispetto, in un caos di regole e controregole”, per citare Ermete Realacci. Un destino che ha segnato, e non poco, la vita degli Ato (Ambiti territoriali ottimali), le assemblee di Comuni e sindaci che dal 1994 programmano i servizi idrici, scegliendo a chi affidarli e stabilendo le tariffe. “Il problema”, dicono al Conviri, “è che a tre lustri dalla riforma, 23 Ato non hanno avviato il sistema idrico”, ovvero non hanno concluso le procedure per l’affidamento del servizio a una società, mentre “sei Ambiti non hanno neanche approvato il piano operativo”.
Con simili premesse, secondo gli addetti ai lavori, “sarebbe stato logico rafforzare queste strutture locali, dotandole della necessaria efficienza”. E invece no, dice il deputato Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in Commissione ambiente: “Con un decreto legge del 25 gennaio, il governo ha cancellato gli Ato, concedendo dodici mesi alle Regioni per garantire comunque la regolazione del servizio”.

Un pasticciaccio, secondo Mariani: “Tanto dannoso, che la Regione Veneto ha presentato ricorso contro il decreto”. E il particolare bizzarro, aggiunge, “è che a sponsorizzare la morte degli Ato c’erano anche i fedelissimi del ministro leghista Roberto Calerdoli”. Il che conferma, parole di Mariani, “quanto certa politica, sul fronte idrico, faccia proprio acqua…”.

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Economia


Che voraci questi privati

 
Fare come gli inglesi? No, grazie! Anche economisti favorevoli al libero mercato storcono il naso nell’analizzare i risultati della privatizzazione dei servizi idrici in Gran Bretagna. Vediamo il perché?
Partiti per primi sotto la spinta del thatcherismo, nel 1989, Galles e Inghilterra hanno finito per scaricare sui consumatori i maggiori costi del finanziamento che gravano sui capitali privati. Lo spiega uno studio della Public services international research unit dell’università di Greeenwich, intitolato “Le illusioni della concorrenza nel settore idrico”.

Nella ricerca si stima che il costo aggiuntivo per gli utenti sia stato di oltre 900 milioni di sterline all’anno, nel periodo 1989-2007. L’industria britannica delle acque è posseduta per metà da fondi di private equity e fondi infrastrutturali, che, sostiene uno studio di Riskmetrics, hanno estratto dalle imprese – sotto forma di dividendi – “rendimenti superiori ai flussi di cassa delle società di cui sono proprietari: quindi consumano una parte del capitale.

Un sistema insostenibile, nel lungo termine, e che si sostiene nel breve e nel medio periodo solo grazie a esercizi di ingegneria finanziaria”. Buona parte delle concessioni, nel Regno Unito, scade nel 2014. Si prevede una revisione globale nella gestione dei servizi idrici.

Anche a Parigi è tornato di moda il pubblico. Il comune s’è ripreso la gestione diretta delle acque, dal 1985 divisa tra Gdf-Suez e Veolia. I due big globali all’assalto dell’acqua italiana.

Insomma, almeno sull’acqua, mediatiamo attentamente. Evitiamo che in tema qualcuno… ce le dia facilmente da bere.

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