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Parlamento-Italia, paradiso fiscale

IL PARADISO FISCALE DE’ NOANTRI? MONTECITORIO! – I NOSTRI DEPUTATI INTASCANO OGNI MESE 15.027,81 €, MA AL FISCO VERSANO SOLO IL 20,60% (E UN OPERAIO CHE PRENDE 800 EURO PAGA IL 23% DI ALIQUOTA!) – GIAN MENEFREGO VUOLE TAGLIARE LE SPESE DEL 10%, MA ANCHE LO FACESSE NON CAMBIEREBBE NULLA: INVECE DI 15 MILA PRENDEREBBERO 14.500 € AL MESE…

A un operaio che porta a casa 800 euro al mese il fisco italiano prende il 23 per cento dei suoi guadagni. A un insegnante che ne guadagna poco più di mille, il fisco chiede il 27 per cento. A chiunque superi i 3.500 euro netti al mese viene applicata l’aliquota fiscale del 43%. Così in tutta Italia.

In quasi tutta, perché la regola non vale in un solo posto nel cuore di Roma: a Palazzo, nelle buste paga di chi viene eletto al Senato e alla Camera dei deputati. Basta fare una visitina all’ufficio paghe di Montecitorio. La maggiore parte dei deputati mette in tasca ogni mese 15.027,81 euro. Per loro al fisco viene girato un assegno mensile di 3.899,75 euro.

È il 20,60% del lordo complessivo, l’aliquota sulle persone fisiche più bassa d’Italia. Benvenuti a Montecitorio, l’ultimo paradiso fiscale sopravvissuto all’offensiva internazionale che si è scatenata con l’ultima crisi finanziaria. È venuto giù il muro delle Cayman e delle Isole Vergini, la Svizzera non è più l’Eden bancario di un tempo, perfino la fortezza di San Marino è stata sgretolata dalle picconate di Giulio Tremonti.

Ma qui, nel regno di Gianfranco Fini (e in quello di Renato Schifani che è a due passi) nessuno conosce gli artigli delle Finanze e la grinta degli esattori dell’Agenzia delle Entrate. Non possono nemmeno entrare, perché qui vige il celebre regime dell’extraterritorialità.

È nel cuore della capitale di Italia, ma è come non fosse Italia. È il Palazzo che mette in riga gli italiani, li schiaffeggia a colpi di manovra, ordina di frugare nelle loro tasche, scatena con leggi e leggine la caccia all’untore, ma alle stesse norme si sottrae, come fossero tutti protetti dalla convenzione di Ginevra sui diritti umani.

Altro che immunità parlamentare, tutti e 630 i deputati e 315 senatori si sono aggiunti nemmeno per legge, ma per prassi consolidata un’altra immunità, una sorta di scudo fiscale ad personam. Ne gode chiunque a Palazzo, anche chi tuona contro scudi del genere come Antonio Di Pietro e la sua squadra di giannizzeri sempre a caccia del malcostume pubblico.

 Anche loro prendono ogni mese 15.027,81 euro dopo averne lasciati al fisco appena 3.899,75. Anche loro godono dello scudo fiscale tanto contestato quando è stato concesso agli altri italiani. Dei 15 mila euro messi in tasca ogni mese solo un terzo è rappresentato dalla cosiddetta indennità parlamentare, quella che da settimane Fini dice di dovere tagliare e ancora non ha tagliato di quel misero 10 per cento.

Anche lo facesse non cambierà un granché. Invece di 15 mila i deputati metteranno in tasca 14.500 euro al mese. Diranno di avere ridotto del 10 per cento i loro proventi e invece si tratterà al massimo di una limatina di unghie (uno sconto del 3,63%). I due terzi delle entrate mensili di un parlamentare vengono da rimborsi spese a forfait spesso un po’ fasulli.

Sulla carta – lo abbiamo visto in questi giorni – ricevono 4.003,11 euro al mese di diaria, che dovrebbe rimborsare il loro soggiorno a Roma per un massimo di 15 notti al mese. Siccome la ricevono anche 200 parlamentari che a Roma vivono da sempre e lì sono residenti, non si tratta di rimborso, ma di stipendio. Del tutto esentasse

Altri 4.190 euro al mese netti (al Senato di più) sono rimborso per le spese sostenute per tenere il rapporto fra eletto ed elettore. Un tempo era così: uno veniva eletto nel collegio, doveva guadagnarsi le preferenze e una volta eletto coltivarsi gli elettori. Effettivamente aveva delle spese per la sua attività politica.

Ma ora che la legge elettorale non impegna nessuno in collegio, perché si è scelti dal leader e la propria elezione è decisa a tavolino prima delle urne, quali spese ci sono? Poche o nessuna, e mai rendicontate. Quei 4.190 euro sono diventati puro stipendio per tutti. Esentasse.

Come i 1.107,9 euro al mese di rimborso taxi. Qualcuno venendo a Roma ogni settimana li spende davvero, o almeno ci arriva vicino. Quelli che vivono a Roma, no. E sono duecento. Quelli che hanno l’auto blu a disposizione, no. E sono altri duecento. Insomma per mezzo palazzo anche il rimborso taxi non è rimborso, ma stipendio.

Unica spesa vera rimborsata è quella delle bollette del telefonino: 258 euro al mese, e forse sono anche pochi. Ma il resto no, per gran parte del palazzo è stipendio. Si trattasse anche di benefit (dalla casa all’auto) per tutti gli altri italiani sarebbero tassati. Per i papaveri di Montecitorio no: stare lì dentro è come essere alle Cayman dei bei tempi.

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