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Una manovra che non c’è, al suo posto pubblicità…

Incredibile ma vero! Siamo ai giochi di Prestigio? Ecco lo stenografico dell’incontro, giudicate voi! “Presidente, per dirle la verità Tremonti il decreto non l’ha fatto vedere nemmeno a me. Ma mi ha assicurato che arriverà ad horas”. Con un pizzico di imbarazzo, ieri Silvio Berlusconi ha confermato al presidente della Repubblica quello che ormai in molti nel governo sospettavano: insomma, sebbene sia stata approvata all’unanimità martedì pomeriggio dal Consiglio dei ministri, semplicemente la manovra finanziaria da 25 miliardi di euro ancora non c’è.

La vera verità

Il “vero” decreto è rimasto chiuso per due giorni al ministero di via XX Settembre, in attesa che Tremonti tornasse ieri sera da Parigi e stringesse gli ultimi bulloni.  Insomma, nel paese delle repubblica delle banane, da una settimana si parla e si scrive di una manovra finanziaria che assolutamente ancora non c’è! Non l’ha vista, dice mentendo spudoratamente, nemmeno il Presidente del Consiglio, che già l’ ha criticata una decina di volte!!! Dove sono finite le tasse sulla minicar, eccetera eccetera, sbandierate ai quattro venti solo due settimane fa?

Al Quirinale senza il decreto:
l’imbarazzo di Berlusconi

 

Un ritardo – forse colmato già stamane con una rapida trasmissione dell’incartamento al Quirinale – che ha provocato una certa irritazione al capo dello Stato, costretto ad apprendere dai giornali le novità sulla Finanziaria. Così anche i dubbi che il presidente della Repubblica sembra avere su alcune parti del provvedimento, come il condono edilizio, al momento restano senza risposta: “Non sappiamo nemmeno se nel decreto quelle cose ci saranno veramente – si lascia andare un uomo del Colle – aspettiamo di leggerlo”.

Il premier, nell’ora e mezzo di colloquio, ha riferito quindi a Napolitano dei colloqui avuti a Parigi al vertice Ocse, dove tutti i leader presenti “hanno considerato la nostra manovra necessaria per stabilizzare l’euro”. Quanto al capo dello Stato, si è preoccupato di ribadire l’importanza che i saldi finali non vengano toccati, “perché l’obiettivo resta quello di rientrare sotto il 3 per cento nel rapporto deficit-Pil entro il 2012”. L’altra questione che sta a cuore a Napolitano è riuscire ad ottenere la “massima condivisione possibile” in Parlamento sulle misure anticrisi, che devono essere “le più eque possibili”. Ma Berlusconi, riferiscono i suoi, è sempre più scettico: “L’opposizione è già sulle barricate, avete sentito Bersani. Da noi ci sarà la massima apertura ma non mi aspetto niente”.

 Grana padana

Il problema del premier è che, dalla sua stessa maggioranza, aumentano le pressioni per cambiare il testo di Tremonti. Indicativo del clima interno è stato lo svolgimento teso dell’assemblea del gruppo parlamentare alla Camera, alla quale il ministro dell’Economia e Berlusconi hanno preso parte martedì sera. “Mi dispiace – ha esordito Tremonti – ma la manovra non posso farvela vedere. Sarebbe scortese nei confronti del Quirinale, voi capirete”. Una frase che ha suscitato un brusio di disapprovazione in sala, visto che già da alcuni giorni i giornali ne avevano pubblicato ampie anticipazioni. “Quello che avete letto non è vero – ha replicato Tremonti – e le bozze sono uscite per l’infedeltà di qualche ufficio… sapete, quando si vanno a toccare delle sacche di privilegio c’è chi prova a sabotare”. Una giustificazione che non ha convinto i deputati, tanto che alla fine della riunione nella sala sarebbero rimasti soltanto in trenta.

Grana romana

L’altra grana che il premier deve risolvere al più presto è quella della successione a Claudio Scajola. “Stiamo lavorando ma non ho ancora trovato la persona adatta”, ha riferito il Cavaliere al capo dello Stato. Fosse per lui, Berlusconi avrebbe già nominato Paolo Romani, ma sa che Napolitano preferisce su quella poltrona delicata un esterno di prestigio. E, vista la difficoltà del momento, palazzo Chigi ritiene strategico mantenere un buon rapporto con il presidente della Repubblica. Andata buca la candidatura della Marcegaglia, il nome su cui si sta ragionando è quello di Antonio Catricalà, attuale presidente dell’Antitrust. A un giornalista suo amico, Berlusconi ha confidato di essere in cerca di “qualcuno che bilanci il peso di Tremonti”. E Catricalà, legato a doppio filo a Gianni Letta (che resta l’unico contrappeso al ministro dell’Economia), potrebbe essere il candidato giusto. Il problema ora è convincere Catricalà a rinunciare al sogno di planare sulla poltrona di presidente della Consob.

 

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Province, dopo l’annuncio Tremonti frena
Bossi: “Se toccano Bergamo è guerra civile”

 

 

A tarda sera Berlusconi e il ministro smentiscono l’abolizione di 10 degli enti locali, annunciata e presente sul sito del Tesoro. Prima il leader del Carroccio aveva minacciato: “Se toccano Bergamo è guerra civile” 

 

Province, dopo l'annuncio Tremonti frena Bossi: "Se toccano Bergamo è guerra civile" 
 
Il documento sul sito del Tesoro

ROMA – E nella manovra di cui non si riesce a leggere il testo arriva anche il giallo serale. L’annunciata abolizione di 10 Province viene smentita a tarda sera davanti ai parlamentari del Pdl da Tremonti e Berlusconi: “E’ una notizia falsa. Nella manovra economica varata dal governo non ci sarà nessuna abolizione”, dice il ministro. E a lui si sarebbe unito il premier spiegando che per farlo ci vorrebbe una modifica costituzionale.
Contrordine, dunque. E cala la tensione nelle 10 Province delle quali si calcolava l’abolizione secondo quanto riportato dallo stesso sito del ministero dell’Economia nel quale si spiega che “sono abolite 10 piccole province, con meno di 220.000 abitanti, non ricadenti in Regioni a statuto speciale”. Secondo quanto si è appreso, le modalità di calcolo della popolazione per individuare quali sono le provincie interessate faranno riferimento alle statistiche Istat.
“Tagli duri ma inevitabili” dice il ministro delle Riforme commentando i provvedimenti del governo, “era giusto toccare alcune Province inutili, lo abbiamo fatto senza cancellare le altre”. Poi, all’opposizione: “Alla fine la sinistra non può dire nulla perché è giusto risparmiare”. E quella varata dal governo è una manovra “equa”, soprattutto “per quanto riguarda i tagli dei costi dei politici, alla luce degli scandali e dei casi di corruzione che li hanno coinvolti.
Era necessario – insiste Bossi – mandare un segnale alla gente”.
 

E’ proprio a questo che qualche ora prima si riferiva Umberto Bossi con l’aria di quello che un po’ sta scherzando, usando però l’espressione “guerra civile” che in una battuta ci sta stonata. Guerra civile “se toccano Bergamo”, dice infatti il Senatur dopo la conferenza stampa

con la quale Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi hanno illustrato i contenuti della manovra. Il leader del Carroccio risponde ai cronisti che gli chiedono della proposta, avanzata dai parlamentari finiani con una lettera aperta sul Secolo d’Italia, di “tagliare” tutte le province (mentre la manovra si è fermata a quelle inferiori ai 220 mila abitanti con l’esclusione di quelle frontaliere). Ma sulla questione “non ci sono novità”, commenta Bossi, aggiungendo che “andare oltre sarà difficile” e che “se uno prova a tagliare la provincia di Bergamo, scoppia la guerra civile”.

Apprezzamento, da parte di Bossi, per la manovra e per il sostegno, ad essa, del presidente del Consiglio. “Berlusconi ha fatto bene ad avallarla – dice il Senatur – lui fa sempre la cosa giusta”. Né dai contenuti della manovra intravede rischi per il federalismo, “no, non viene toccato”, sottolinea, “è addirittura scritto, a scanso di equivoci, conoscendo i vizi ‘taglierini’ di Tremonti”, scherza. Gli fa eco Roberto Calderoli che gli sta accanto, “scripta manent…”.

Meno divertita è la reazione delle opposizioni. Secondo il Pd, infatti, “l’annunciata abolizione delle province è una farsa bella e buona” costruita su criteri “incomprensibili”. “O si aboliscono tutte le province, oppure nessuna”, scandisce la vicepresidente dei senatori Udc, Dorina Bianchi che invita anche a riflettere come “la soppressione delle province comporti anche la chiusura di presidi importanti, come le Prefetture’.

 

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