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Rai, exit strategy. Outside… market?

Si delinea sempre più all’orizzonte un nuovo modello organizzativo. Gli impianti affidati a un gestore esterno. Più di un migliaio le incentivazioni all’esodo, circa 1200 dalla produzione, 200 tra i giornalisti. Una mega società, formata da Rai Cinema arricchita da O1 Distribution. La divisione per generi e per target. Non solo al governo, anche a viale Mazzini è allo studio una manovra correttiva. Non tutto è stato definito, il consiglio d’amministrazione ha solo approvato e dato il via all’approfondimento e alle linee guida del piano industriale 2010-2012. Ma la griglia su cui lavorare è chiara. Sempre che si trovi il tempo per farlo, tra una priorità e l’altra. Come il dover eseguire gli ordini del premier, esasperando Michele Santoro fino a portarlo all’addio (quasi), bloccando tutti i talk show nei momenti clou delle elezioni, facendo piazza pulita di una generazione di giornalisti e conduttori poco malleabili, lasciando carta bianca a quello che in Rai è diventato il direttore “Embè”, ovvero Augusto Minzolini (l’ultima, l’eliminazione del sonoro dell’attore Elio Germano premiato a Cannes e reo di una battuta sulla classe politica italiana: embè?, appunto). Più altri ameni problemi come, per esempio, la sostituzione del direttore di Rai Due Massimo Liofredi con il vice direttore Rai Uno Gianvito Lomaglio (noto, secondo una leggenda sicuramente falsa che gira in Rai, per essersi nascosto nell’armadio al tempo di Tangentopoli) il tutto mica per i barcollanti ascolti di Rai Due, ma no che ingenuità, perché, invece, Liofredi sembra caduto in disgrazia dalle parti di Palazzo Grazioli, mentre Lomaglio è in grande spolvero, in virtù, si fa per dire, del fatto di essere entrato nelle grazie del sempre più potente Paolo Romani, vice ministro per le Comunicazioni, longa mano del Cavaliere dell’interessante ramo.

Rai a due velocità. Da una parte, l’azienda che, con questo piano industriale, fa finta di essere una società normale che prova a essere moderna. Dall’altra, una Rai sempre più imbavagliata dalla maggioranza di governo, sempre meno libera, sempre più stretta nell’abbraccio mortale dei desiderata del premier, come tutto il Paese del resto e come “nemmeno nello Zimbabwe” arrivò a dire persino il direttore generale Mauro Masi, uomo a cui il Cavaliere, come è noto, vuole davvero molto bene, in una delle famigerate intercettazioni telefoniche. In ogni caso, è una Rai che ha bisogno di un robusto taglio di spese (ma questo è il desolante refrain di un rosario che si sgrana ogni anno) visto che ora l’ambizioso obiettivo è accontentarsi di dimezzare la cifra del rosso del bilancio e, se così sarà, già si canta vittoria, non pare vero. Con questi chiari di luna, il comitato dei “saggi” (chi più, chi meno, chi molto ma molto meno) ovvero i quattro vice direttori generali, Lorenza Lei, Antonio Marano, Giancarlo Leone, Gianfranco Comanducci, si è applicato sul Piano industriale, che non sarà all’acqua di rose, che al momento è più che secretato, ma di cui “L’espresso” è in grado di svelare i binari principali.ad hoc, una vera e propria struttura di Agenzia news come viene chiamata nel Piano, ispirandosi, magari fosse, a Bbc. Per costituirla, viale Mazzini punterebbe a un ingresso-fusione della testata Televideo all’interno di RaiNews 24. Oltre a costruire il suo palinsesto, l’Agenzia potrebbe diventare la banca immagini e contenuti centralizzata anche per i singoli tg, che manterrebbero, però, la propria linea editoriale (e meno male che nel Piano si evita di usare l’inopportuna parola “indipendenza”). Solo questo porterebbe a un beneficio di 5-6 milioni.
 

Nuovo modello organizzativo per generi. 1400 persone da mandare a casa, inclusi 200 giornalisti. Gli impianti affidati a un gestore esterno. Ecco la prossima rivoluzione di viale Mazzini

Prima di tutto, la riorganizzazione strategica dei canali, ora divisi in direzioni di rete, da convertire in un nuovo modello organizzativo “canali-generi-fasce orarie” come precisa il piano Rai. In pratica, affidare ai canali la responsabilità della linea editoriale, del posizionamento, del palinsesto. E costituire una struttura o una neo direzione Intrattenimento, che comprenda reality, varietà, eventi, a cui attribuire il compito di produrre o acquistare i contenuti in funzione delle richieste e dalle esigenze della programmazione di Rai Uno Rai Due e Rai Tre. In modo, che i Generi possano “essere organizzati per fascia oraria consentendo la produzione di contenuti sui diversi target di audience”. In pratica, lo stesso meccanismo di Rai Cinema o di Rai Fiction che producono, comprano e poi spalmano il loro prodotto sui canali generalisti o su quelli tematici. Una semplificazione, in effetti, una razionalizzazione. Ma anche la creazione di una nuova poltrona molto appetibile. E un controllo niente male su show e reality che, nella Rai di questi tempi e di questi premier, potrebbe diventare strategico anche per fare casting, come si dice nell’ambiente, e piazzare questo e quella. Accorpare, unificare, fondere, il percorso scelto è questo. Anche per le news, dove sarebbe prevista da tutte le aree e testate, l’uscita di circa duecento giornalisti. Mentre, ultima tra le tv europee, finalmente la Rai osa spingersi verso un canale specializzato all news, creando una struttura

Ma è il settore produttivo quello più caldo dal punto di vista industriale, quello sul quale sarà necessario tagliare e incidere di più. Un settore formato da un esercito di oltre 4 mila persone che, secondo il Piano, nel giro di un biennio, vedrebbe uscire circa 1.200 addetti a due-tre anni dalla pensione (fra il reparto trucco e parrucco, le riprese esterne, leggere e pesanti) sostituiti dagli outsourcing, da anni massicciamente presenti in Rai, che paradossalmente finiscono per usare le forze della tv pubblica, pur avendo nei loro budget i costi dell’impiego di personale esterno. Un piano di sacrifici, senza dubbio, e infatti i sindacati sono già sul piede di guerra. Ma, ormai, i quattrini servono come il pane, visto che il Piano, nel 2012, ipotizza un pareggio di bilancio. Bisogna riuscire a trovare le risorse per finanziare un’azienda quasi completamente nelle mani della politica sempre più incapace di scegliere uomini con il curriculum all’altezza di un organismo così complesso. E così, la sorte delle consociate Rai Trade e Rai Net è incerta: ritorneranno all’interno della casa madre, scompariranno?

E, dopo che nel 2001, il neo ministro per le Comunicazioni Maurizio Gasparri bloccò la cessione del 49 per cento di Rai Way, la società che possiede gli impianti di diffusione e trasmissione, alla texana Crown Castle, ora si torna sul luogo del delitto, anche se in modo non definitivo. Quello di affidare a una “tower company”, la gestione, solo la gestione, della tv di Stato. Liquidità prevista in tre anni: 300-400 milioni di euro. Nel grande Piano di rinascita Rai, sotto osservazione anche uno snodo centrale come Rai Cinema a cui possibilmente unire la società O1 Distribution. Sacrosanto. Anche se finanziare con il denaro del servizio pubblico film come “La nostra vita” premiato a Cannes ma oscurato dal Tg1 a causa della frase di Elio Germano contro la classe dirigente italiana, non ha fatto piacere al capo del governo. Ma in Rai si troverà una soluzione per questo. A viale Mazzini, per questo genere di cose, si trova sempre una soluzione.

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