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RAI: di tutto, di più… di niente…

Una frase era stata più sibillina delle altre. Una frase aveva fatto temere il peggio. “Una trasmissione pagata con i soldi pubblici si diletta nell’avere come unico bersaglio il governo e l’aggredisce”. Silvio Berlusconi, consiglio dei ministri, 6 maggio scorso. I dirigenti Rai hanno preso appunti e, per esaudire i desideri del capo, cancellano “Parla con me” dai palinsesti per la prossima stagione. Un azzeramento graduale di Serena Dandini: dalle quattro abituali puntate a una sino alla scomparsa totale. I programmi di satira e informazione entrano, escono, rientrano nelle bozze in lavorazione, eppure il silenzio di un vicedirettore generale, influente come Antonio Marano, vale un capitolo di epica: “La Dandini? Altra domanda”. E poi da viale Mazzini cercano la scusa perfetta: “Sapete che dobbiamo celebrare i 150 dell’Unità d’Italia?”. Una motivazione valida per scansare la Dandini e accogliere Giovanni Minoli, super coordinatore delle feste e della storia. Il meccanismo è  super scientifico: prevedere uno spazio, poi cercare il posto.

Il Consiglio di amministrazione ha votato all’unanimità un contratto regale per Minoli, otto milioni di euro l’anno da spendere (due di stipendio), e il pacchetto di serate da piazzare qui e lì. Meglio se lì: nell’ex tele Kabul, l’unico canale da espugnare e bonificare. Le trame della Rai stravolgono i progetti di Antonio Di Bella, il direttore di Raitre che aveva previsto quattro serate per la Dandini. La penultima parola spetta a Mauro Masi e alla compagnia di giro che da settimane compila i palinsesti: “L’ultima è in esclusiva per Di Bella, avvisa Loris Mazzetti, capostruttura della rete, perché devono rispettare le sue priorità. Se l’azienda dovesse imporsi, devono aspettarsi una dura reazione”. Forse lasciare l’incarico, consegnare una lettera di dimissioni? “Non possiamo dimenticare, conclude Mazzetti, il recente attacco di Berlusconi: un tempo l’azienda avrebbe difeso una sua dipendente per la sua stessa sopravvivenza”. Piccoli editti crescono. Altra dimostrazione della (ferrea) memoria in Rai. Primo incontro tra Paolo Ruffini (predecessore di Di Bella) e Mauro Masi, il direttore generale fa una battuta per ingannare con il sorriso un’altra richiesta di Berlusconi: “Quel comico bergamasco non mi piace”.

Masi citava Enrico Bertolino, un suo personaggio (un muratore bergamasco), per staccare la spina a Glob, l’osceno del villaggio. “Ci saremo? Chissà., dice Bertolino. Le impressioni sono negative, il clima non è bellissimo. Glob può vantare ottimi risultati, la media dell’undici per cento di share: positivo per l’orario notturno, no? Abbiamo costi bassissimi, usiamo persino la scenografia di Che tempo che fa, ma io comincio a guardare altrove. C’è sempre il teatro…”. Identica domanda e identica risposta di Marano: “Bertolino? Vuole sapere altro?”. L’ex direttore di Raidue ha preparato vari palinsesti da visionare, nel fine settimana, Masi prenderà martello e chiodi. Fisserà il futuro della Rai: “Noi parliamo per ipotesi. Dipende da Masi e dalla concorrenza: se Mediaset fa una mossa, frena Marano, noi dobbiamo replicare di conseguenza”. Pessime indiscrezioni per Porta a Porta: possibile riduzione delle serate, da quattro a tre, per anticipare l’inizio di mezz’ora. Un compromesso per raggirare la perdita d’ascolti della Terza Camera presieduta da Bruno Vespa: dal 2008 a oggi, ovvero dal ritorno di Berlusconi a palazzo Chigi, Porta a Porta ha perso oltre 5 punti di share. Strategie aziendali: via Parla con me e Glob che crescono, deroga eterna per chi appassisce. E Marano che fa i conti: “Noi vinciamo sempre contro Mediaset”. Davvero devvero il parametro è vincere (di poco) sul peggio??

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