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Scajola, l’ultimo segreto: nella ristrutturazione, la cricca

L‘ultimo segreto dei 180 metri quadri di via del Fagutale 2, affaccio mozzafiato sul Colosseo,  mette a nudo come anche nel giorno delle sue dimissioni da ministro Scajola abbia continuato a mentire. Il documento porta la data del 16 settembre del 2004. È la “Denuncia di inizio attività” (Dia) con cui il Comune viene informato che “Scajola Claudio, nato a Imperia il 15 gennaio 1948”, ha avviato la ristrutturazione dei 9 vani e mezzo catastali di quell’importante “mezzanino” che guarda il Colosseo di cui da metà luglio è diventato proprietario.

Ebbene, la “Dia” certifica che in quel cantiere lavorano in due. “Progettista e direttore dei lavori” è l’architetto Angelo Zampolini, nato a Sellano il 4 luglio 1953 e residente a Roma. L’impresa esecutrice è la “A. M. P. srl” di Roma, con sede in via Sant’Antonio da Padova 13, località Settebagni. Una ditta di cui è proprietario Daniele Anemone, fratello di Diego, il costruttore che ha messo a disposizione, proprio attraverso l’architetto Zampolini, la provvista di 900mila euro in nero necessaria all’acquisto dell’appartamento.

La verità custodita dal polveroso foglio dell’archivio comunale è la prova che via del Fagutale fu un pacchetto Anemone “completo” (ricerca, acquisto e ristrutturazione della casa). E consente di rileggere le parole dello Scajola di oggi e dello Scajola di ieri (intervista a “Repubblica” del 1 maggio) svelandone ancor di più il tratto tanto menzognero quanto protervo. Appena quattro giorni fa, infatti, Diego Anemone viene liquidato da Scajola come ininfluente ricordo di un lontano passato: “Ho conosciuto Anemone da ministro dell’Interno, perché una sua impresa stava effettuando dei lavori di messa in sicurezza dell’alloggio di servizio del ministero (2001 ndr.)”. Per non parlare di Zampolini. Il professionista, che la casa a Scajola l’ha trovata, che ha consegnato gli 80 assegni in nero per acquistarla e che – scopriamo ora – ne ha anche diretto i lavori di ristrutturazione, non merita che un’alzata di spalle: “Di Zampolini ricordo poco. Era la persona a cui si era rivolto Angelo Balducci, l’allora provveditore alle Opere pubbliche del Lazio, che si era offerto di aiutarmi a cercare casa a Roma”.

Più dignitose di quelle dell’ormai ex ministro suonano le spiegazioni di Zampolini. La circostanza della ristrutturazione di via del Fagutale, risveglia nel professionista qualche ricordo. Interpellato attraverso il suo avvocato Grazia Volo, l’architetto spiega che il “dettaglio” della sua “progettazione e direzione lavori” in casa Scajola, sino ad oggi, gli era passato di mente. Non mette dunque in dubbio quanto documentato dalla “Dia” ma, aggiunge, che “il suo coinvolgimento fu un pro-forma”. Insomma, mise il nome e null’altro perché “a tutto pensò Anemone. Lavori, direzione e progettazione di fatto”. Non fu dunque pagato da nessuno. Né dal ministro, né da Anemone. O almeno, così dice di ricordare.

Per saperne di più, bisogna allora bussare da Anemone. Con una premessa. La “Dia” degli archivi comunali certifica che i lavori cominciati in quel settembre del 2004 non furono esattamente quella che nel gergo dei muratori di questa città viene definita una “romanella”, la “tinteggiatura” a tirar via. Insomma, la rinfrescata degli intonaci che normalmente dà un padrone di casa spremuto nei suoi risparmi dal mutuo per l’acquisto. Dai 9 vani di partenza, Scajola dichiara infatti di voler ricavare due nuove stanze e due nuovi bagni, perché ogni ambiente notte abbia il suo servizio. Lavori a norma che, a prezzi di mercato, significano una fattura che supera certamente i 100 mila euro, a voler stare stretti. Chi li paga?

La voce maschile che risponde alla segreteria della “A. M. P. srl” di Daniele Anemone è tanto gentile quanto inutile. Passa un’intera giornata senza che qualcuno abbia il tempo o la voglia di rispondere se esistano o meno fatture che documentano il pagamento e l’ammontare dei lavori di ristrutturazione di via del Fagutale 2. Il nome di quel cliente – “Scajola” – fa ammutolire. Del resto, all’A. M. P. non tira una buona aria. La ditta, che viene registrata nell’ottobre del ’99 come falegnameria, nel tempo, insieme alla gemella “Tecnowood” (ne sono soci Diego Anemone e il suo commercialista Stefano Gazzani), diventa uno dei nodi della ragnatela societaria del Gruppo Anemone. Di più: il veicolo utilizzato per gli acquisti e le ristrutturazioni di pregio di “immobili per conto terzi” (così la ragione sociale), tra cui, sappiamo oggi, è stato appunto anche un “fortunato” e “inconsapevole” Scajola. Della A. M. P., Daniele Anemone, 36 anni, il più giovane dei fratelli, è proprietario per i due terzi (quel che resta delle quote è intestato a Paolo Presciuttini, cugino di primo grado dei fratelli Anemone per parte di madre). E Daniele Anemone di Diego è il braccio. Gli atti dell’inchiesta di Firenze sul G8 della Maddalena lo indicano direttore dei lavori per il lotto di appalti che si è assicurato il Gruppo. Ma, soprattutto, lo vedono, come “A. M. P. srl”, vincitore, nel 2005, di un appalto della Protezione Civile di Guido Bertolaso per la ristrutturazione di una sala briefing.

I lavori di ristrutturazione della “A. M. P.” per Scajola non sono stati un caso. E non fu lui il primo cliente importante (racconta ai pm di Firenze Laid Ben Fathi Hidri, ex autista di Anemone e Balducci: “So che Anemone ha svolto lavori edili presso le abitazioni di persone importanti, tra cui certamente Scajola”). Il che significa che l’ex ministro avrà una nuova incombenza. Dopo aver promesso che verrà a capo di come sia stato possibile che Diego Anemone gli abbia comprato a sua insaputa i tre quinti della casa che abita, sicuramente vorrà sapere con quale gioco di prestigio quel diavolo di costruttore sia riuscito di nascosto a mettergli a posto anche i bagni e le camere da letto con gli “invisibili” operai del fratello Daniele.

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