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Voti persi, laboratori a confronto

In un nostro precedente articolo, dedicato ai sondaggi pre-elettorali, articolo messo in linea ad urne oramai chiuse, facevamo notare che per molti istituti di rilevazione statistica il Piemonte era una regione a rischio. Appena il conteggio delle schede è iniziato, una delle curiosità maggiori di questa campagna elettorale è stata pertanto quella di capire quale segno macro poteva essere percepito dalle reazioni dell’elettorato. Un dubbio più che lecito, visto che sia il Piemonte che la Puglia erano accreditate dell’impegnativo titolo di “laboratorio politico”. Essendo i due casi abbastanza distanti se non addirittura antitetici, non c’era da stupirsi se fosse scattata una sorta di automatismo: il successo dell’uno di fatto avrebbe decretato l’affossamento dell’altro. E oggi, a giochi conclusi, sembrerebbe che il modello Vendola sia quello a cui il centrosinistra si deve indirizzare per presentarsi alle prossime consultazioni e avere qualche seria speranza di vittoria. A meno di eventi drammatici (che nessuno si augura) o terremoti politici, una coalizione che è minoranza in parlamento e nelle Regioni più popolose può puntare a rimontare lo svantaggio solo se riesce a marcare la differenza. Cioè a far capire agli elettori che esiste un’altra strada, che ci sono due modi per governare, sia che si tratti di governare l’Italia come la Puglia o l’ultimo dei comuni. Rimanendo in Piemonte, probabilmente non sbaglia chi vede nella vittoria di Cota parecchi elementi di novità. Per primo, la diserzione dalle urne: Mercedes Bresso ha perso per strada circa 200mila voti mentre Cota (rispetto a Ghigo nel 2005) ha subito un’emorragia più contenuta, circa 100mila schede. Dunque, se l’astensionismo ha penalizzato maggiormente il centrosinistra, probabilmente ciò è accaduto perchè l’elettorato ha identificato nella giunta Bresso una delle maggiori responsabili della situazione economico-sociale, al pari del governo nazionale. L’aria di profonda crisi in Piemonte c’è ed è pesante (ora lo ha ammesso pure Berlusconi): nulla di strano se una parte dei cittadini hanno voluto penalizzare la classe dirigente del Paese, colpevole di adottare misure insufficienti per affrontarla.
Lo stesso Cavaliere, paradossalmente, con il suo impegno spasmodico nelle ultime, concitate, fasi della campagna elettorale, ha contribuito al successo della Lega Nord. Infatti il suo Popolo della libertà viene penalizzato non poco, ma il travaso di voti va nello zaino di Umberto Bossi che in Piemonte sale a sfiorare il 17 per cento, in pratica raddoppiando i consensi del 2005. Come leggere questo dato? Un risposta facile ci sarebbe: buona parte degli elettori non ha più avuto fiducia in chi governa (accomunando Palazzo Chigi a Palazzo Lascaris) per cui ha voluto aprire un credito verso quelle forze che hanno saputo distinguersi, come la Lega e, seppure in misura minore, l’Italia dei valori. L’operazione voluta dal premier di accorpare Cdl e An non ha portato, come sempre accaduto in Italia, alla semplice somma dei singoli voti. Anche qui si ripete la storia di altre regioni, verrebbe da scrivere…
Dunque, la gente del Piemonte ha premiato Cota e la sua faccia da “brav fieul”. Cota adesso si trova a dover gestire una regione che sta pagando un prezzo altissimo alla crisi (e i prossimi mesi saranno ancora plumbei), senza poter contare su una rete produttiva diffusa come invece ha il Veneto. Valuteremo presto se davvero basterà riportare il Salone dell’auto a Torino per dare rilancio alla Fiat e all’indotto o se basterà dare incentivi alle aziende che assumeranno in loco. O se sarà sufficiente il polo logistico che si svilupperà con l’arrivo della Torino-Lione per assorbire la manodopera eccedente della grande industria. I tre anni di relativa tranquillità che ancora rimangono al governo Berlusconi possono offrire alla giunta-Cota un valido gioco di sponda, ma bisognerà vedere quanto saranno profonde le ferite prodotte della crisi.
Sul fronte del centrosinistra, il tracollo è quello patito dal Pd. Soltanto due anni fa, alle politiche del 2008, il partito che era di Veltroni otteneva nelle due circoscrizioni piemontesi circa 880mila voti, mentre adesso la coppia Bersani-D’Alema l’ha portato a circa 440mila. La metà. In percentuale si scende dal 32 al 23. Un bel successo, non c’è che dire! E forse la Bresso dovrebbe prodursi in analisi più approfondite che non quelle ascoltate la notte scorsa. Per esempio, ci suggeriscono, la Zarina si chieda come sia possibile perdere dopo cinque anni di mandato (con tutte le leve del potere in mano) e con l’aggiunta dell’accordo con l’Udc. Che sia perché, anche qui come in Puglia, il candidato ci ha messo del suo? Alcuni ci ricordano la ciliegina sulla torta del blitz in valle, giocando a nascondino con i valsusini: non ha certo aumentato la simpatia per la Presidente uscente. Cota invece sembra sia andato anche al mercato di Condove, annunciandolo in anticipo e parlando in modo franco a chi lo affrontava, mai con saccenza. Anche questo conta.
Stendiamo un velo pietoso sui partiti di sinistra, che a forza di ripetute scissioni ormai ricordano la famosa molecola di cloro nella bottiglia di acqua minerale, che canticchia in gioiosa solitudine. Ecco che iniziamo tutti a capire il perchè la classe operaia affidi sempre più le proprie speranze alla Lega, come aveva già fatto alle europee del 2009.
Un ultimo appunto deve essere rivolto al Movimento 5 stelle. Un gran peccato che la Bresso indichi tra i singhiozzi il successo dei grillini quale causa della propria sconfitta: sarebbe più onesto chiedersi il perchè una lista scesa in lizza in aperto contrasto con entrambi gli schieramenti, abbia poi saputo raccogliere 90mila voti. Per chi vuole leggere, queste sono persone che hanno voluto mandare un messaggio preciso: “noi ci siamo, noi andiamo a votare, e siccome voi non ci piacete, noi vogliamo contare, e vogliamo batterci per una politica diversa”. Era scontato che lo zoccolo duro No Tav facesse convergere le preferenze su Grillo, che è andato due volte a ascoltare la folla valsusina, ma questo non basta a spiegare il successo della lista e i due consiglieri conquistati. Occorre fare un mea culpa. E tanta autocritica. Non c’è da quelle parti un Vendola dall’eloquio altrettanto forbito, ma con la stessa mano tesa del Niki originale tanto da poter essere acclamato anche dalle mondine, oltre che dagli oppositori storici della Tav?
Forse è giunto davvero il momento per le forze “progressiste” (magari il termine non è esatto, ma ognuno può sostituirlo con “democratiche”, “di sinistra”, di “centrosinistra”, ecc.) di guardare oltre i singoli ristretti recinti e di provare a scandire slogan che diano speranza. Poche cose, ma sicure. Inutile preparare corposi programmi di 200 pagine dove ci sta tutto e il contrario di tutto, pur di accontentare anche la più insignificante lobby. Se questa coalizione vuole tornare alla guida del Piemonte già nel 2015, deve puntare fin da ora a recuperare i delusi e gli arrabbiati che non sono andati a votare o, cosa ancor più ardua, che hanno dato la preferenza a Grillo. Occorre anche qui, probabilmente, dare qualità e chiarezza al progetto politico. Che so, vogliamo scommettere sull’agricoltura? Sul turismo? O, meglio, sulle risorse rinnovabili? Allora si vada a chiedere il voto con forza puntando su questi argomenti, magari con la fattibilità di progetti e cantieri pensati iin quella direzione. Perchè se Niki ha vinto, merito è anche di cinque anni di progetti reali e di tanto lavoro di valorizzazione messo in rete.  Forse proprio questo alle Bresso è mancato. Occorerà allora subito metterci mano. Altrimenti, svanito il sole dell’avvenire che oggi si irradia dalla Puglia, rimarrà soltanto il sole delle Alpi a splendere nel cielo piemontese. E quelli come Cota a dirigere messa.

 

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