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Non si somigliano… se piacciono, è perché sono esterni al Pd…

Dentro. «Vendola e Bonino nel Pd», propone Luigi Manconi. Non condivido (allo stato dell’arte) questa prospettiva, ma la riflessione di Manconi mi è parsa comunque molto interessante. La riassumo con parole mie: poiché i confini tra le forze politiche del campo democratico e progressista si son fatti molto fluidi, e poiché queste stesse forze a loro volta si son fatte quasi “liquide”, che senso ha tenere in vita raggruppamenti che al momento non vanno oltre il 3 per cento? Perché dunque la gente della sinistra non sceglie l’ingresso organico nel “Partitone”, magari anche per farlo diventare una sorta di “casa comune”, appunto, dei progressisti e di tutti coloro che vogliono cambiare (in meglio) l’ordine delle cose? Ripeto: una tesi non convincente, ma plausibile. Essa però si presta, prima di ogni altra considerazione, ad almeno due obiezioni analitiche.

La prima è la (relativa) improprietà della coppia Bonino-Vendola. È vero che c’è un filo comune, anche rilevante, tra la leadera radicale e il presidente della Puglia: entrambi sono candidati esterni al Pd, entrambi sono fortemente caratterizzati, ed assai spiazzanti. Ma qui cominciano differenze non lievi: nel metodo (il consenso alla Bonino non è passato attraverso le primarie) e soprattutto nella personalità politica. Nichi Vendola incarna una sinistra radicale e nuova, anzi “innovata”, ricca di un legame non reciso con la storia del movimento operaio. Emma Bonino rappresenta, nell’immaginario, il valore della laicità e delle battaglie per i diritti civili ad essa connesse, ma non è agevolmente definibile come una personalità della sinistra – per la sua cultura liberista e marcatamente anglosassone. Non vorrei dilungarmi più di tanto: mi sento di poter dire con una certa sicurezza che la percezione che l’elettorato di centro-sinistra ha di “Vendola & Bonino” non è la stessa. Non mi pare, insomma, che la condizione “extra-Pd” configuri, di per sé, quasi una nuova identità, come sembra di capire dall’articolo di Luigi Manconi.

La seconda obiezione riguarda, ancor più radicalmente, la lettura della dinamica concreta di queste candidature. Qui ragiono soprattutto sulle primarie pugliesi. Siamo così sicuri che nello straordinario successo ottenuto da Nichi Vendola non sia intervenuta anche la sua condizione di autonomia dal Pd? Che il consenso di cui gode, anche presso l’elettorato del Pd, non sia legato anche alle garanzie di indipendenza e radicalità che egli può dare? Io credo proprio che sia così. E non mi riferisco, naturalmente, al fatto che Vendola sia il portavoce di “Sinistra ecologia e libertà” – mi riferisco, piuttosto, alla connessione virtuosa che si è stabilita tra il “Governatore” pugliese e il popolo di sinistra anche in virtù del fatto che egli è percepito come un politico autonomo e unitario. Libero – nel senso di non “impastoiato” nei complessi e duri equilibri interni di un pur grande partito. Faccio un’affermazione che pure non sono in grado di dimostrare: se Vendola si fosse presentato a queste primarie come componente del Pd non avrebbe ottenuto lo stesso consenso. Né avrebbe mobilitato (nelle stesse dimensioni) proprio quell’ampia porzione di elettorato (di cui parla Manconi) di centro-sinistra che sta, se così si può dire, “in mezzo” – un po’ fluttuante tra voti utili (di testa) e voti di cuore. Mi sbaglio? Ma questo ragionamento vale anche per la candidatura di Emma Bonino: il fascino che lei è in grado di esercitare (qui tornano le somiglianze) sull’elettorato di centro-sinistra (ma anche su quello moderato) è anch’esso legato alla sua condizione di “esternità” al Pd. E anche, certo, alla sua (più che fondata) immagine di coerenza e “irriducibilità” extracastale.

E dunque? Dunque, finché il Pd resta quel che oggi è (e non è), al Pd stesso non sarebbe, nient’affatto, di giovamento quella sorta di “imbarcata” generale prospettata da Manconi. Io credo anche, s’intende, che l’esistenza di una forza di sinistra – semplicemente di sinistra – resti un obiettivo (quasi) irrinunciabile. Ma questo è un altro discorso. Intanto, teniamoci strette queste esperienze di “autonomia e unità” (dal Pd e con il Pd) che forse il 28 marzo ci consentiranno qualche bella soddisfazione – come diceva il compianto Mike Bongiono.

P.S.:Possibile che un analista acuto come Luigi Manconi non si sia accorto che il linguaggio di Nichi Vendola è anch’esso parte essenziale, oltre che della persona, della sua invidiabile capacità di comunicazione?

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