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Regionali 2010: il PD è già fuori?

Mentre i candidati del Pdl fanno campagna elettorale, nel centrosinistra si litiga furiosamente. Intanto i primi sondaggi sono catastrofici. E la segreteria Bersani rischia già una sonora bocciatura al suo vero, primo esame


Solo pochi mesi fa, nella cruenta battaglia delle primarie per la segreteria nazionale, Massimo D’Alema l’aveva detto più di una volta: basta con i leader improvvisati, pieni di ideali ma poveri di capacità, bisogna tornare ai professionisti della politica. Quelli che sanno cucire alleanze, muovere le pedine nei corridoi, stabilire intese per arrivare al 51 per cento dei consensi.  In un autunno nefasto come mai per il PD, l’affermazione aveva anche molte giustificazioni condivisibili: a Roma, ad esempio, nelle varie segreterie di partito, lo sgomento lasciato dall’epilogo della vicenda del governatore Marrazzo era ancora lacerante. Un politico di professione.

Detto fatto, alla segreteria del PD arrivò Bersani, che aveva spiegato agli elettori – durante il confronto con Franceschini e Marino – che «il più antiberlusconiano è quello che manderà a casa il Cavaliere, non quello che gli urla contro di più». Botta gettata non tanto a contrastare la maggiore visibilità dell’irruento partito di Di Pietro, come in tempi normali si penserebbe, quanto tirata per mettere argini interni al partito a protezione della propria linea, del proprio modo di essere – comunque – antagonisti a Berlusconi e alla sua politica.

Tutto molto bello, in teoria. Peccato che al primo scoglio politico serio – le elezioni regionale della primavera prossima – il PD si stia avvicinando come un’armata Brancaleone. E tutto questo mentre, si dice a mezza bocca, il “mago Dalemix” è tutto preso su una tenzone a pochi nota: al Copasir, dove conta di sedere molto presto,  ex presidente Rutelli (la poltroncina spetta al PD, e Francesco ora è il numero uno de API) c’è infatti una piccola grana. Non arriva la tanto lettera di dimissioni del deputato del PD che dovrebbe liberare la poltrona per il nostro (futuro presidente). Si tratta del ponderoso Emanuele Fiano, che non sarà un espertissimo di servizi segreti ma non dev’essere neppure un fesso se è segretario nazionale del movimento “Sinistra per Israele”. Un movimento nel quale mai ammetterebbero uno come D’Alema. Lui pensa a questo, lasciando a Bersani la quadra sulle regionali, dicono e mugugnano alcuni…

Niente confronto. Niente primarie. Solo caccia ad alleanze per il potere. L’ex ministro boccia Bersani. E accusa D’Alema.

Arturo Parisi è solo uno degli ultimi a parlare. Ma si fa sentire più degli altri. D’Alema? «Un professionista del “se po’ fa”, ricalca Andreotti. Dovrebbe almeno avere il coraggio di dirci che le primarie, la democrazia dei cittadini, per lui sono tutte boiate». Bersani? «Apra un congresso che non c’è mai stato, perché il Pd è a rischio ». Arturo Parisi è allarmato dalla baruffa democratica sulle regionali, la considera l’anticipo di quello che succederebbe con il ritorno dei vecchi partiti. «Il cinismo di massa, il trasformismo. L’idea che tra destra e sinistra non ci sia più distinzione». Perché questo clima da ultima spiaggia nel Pd ad appena due mesi dal congresso, ci si chiede. «La verità è che quello che chiamiamo congresso è stato tutto fuorché un congresso. Bersani aveva esordito dicendo che un confronto in contraddittorio tra i candidati avrebbe disorientato la nostra gente, meglio rinviarlo a dopo il voto dei circoli. Un’offesa all’intelligenza. Il tutto si è ridotto a tre monologhi di circostanza, svolti prima dei tg dell’ora di pranzo». Proprio lei, l’inventore delle primarie, rimpiange le liturgie di partito? «Di quei partiti ho molto rispetto ma nessuna nostalgia. Ma del confronto politico, sì, del valore che veniva dato alle parole, del senso storico delle scelte, talvolta prossimo al dramma, ma sempre comunque lontano dalla farsa».  Qual è la farsa in cui rischia di scivolare il Pd? «Ripetere che al congresso ha vinto una linea e che quindi non va rimessa in discussione. Peccato che nessuno abbia avuto il coraggio di esplicitarla né prima né dopo, anche se intanto una linea veniva evocata in sottofondo, chiarissima». Quale? «Quella di Massimo D’Alema. È da mesi che mi aggrappo a una domanda: tutti sappiamo che D’Alema appoggia Bersani. Ma mi può dire Bersani se appoggia la linea di D’Alema?» Come le ha risposto il segretario? «Prima del voto con il silenzio. Dopo il voto con le parole di D’Alema. Come temevo, vedo D’Alema illustrare la sua linea a reti unificate, quasi che il segretario fosse lui». Per citare una vecchia vignetta di Ellekappa: «D’Alema piange, dunque la linea è piangere».

E così il problema si amplifica. «D’Alema parla chiaro, fin troppo: restituire ai partiti il loro ruolo centrale. Tornare alla democrazia della delega contrastando ogni tentazione di democrazia diretta dei cittadini. Abbandonare ogni illusione sulla preminenza del progetto e ridare forza ai soggetti, cioè ai partiti e ai capipartito, affidandosi alla loro saggezza e professionalità. Il ribaltamento del cammino di questi anni. Il peggio è che a parole si pretende di continuare a professare anche l’opposto. Le primarie, si dice, sono nel Dna del Pd, ma se poi si possono evitare, meglio. Oppure i governi debbono fondarsi sul voto degli elettori, ma se poi si può evitare di scomodarli, come in Sicilia, ancora meglio…». In Puglia e altrove il Pd fatica sui candidati… «In Sicilia non si capisce se siamo noi che li aiutiamo a governare, o loro che dovrebbero aiutarci a batterli. La Puglia, più che un laboratorio, rischia di diventare un modello per il Paese. La sola idea che la Poli Bortone possa guidare contro di noi la coalizione berlusconiana, dopo esserci stata proposta poco tempo fa come determinante per un’alleanza per il Sud, primo passo verso il fronte anti-berlusconiano lanciato da Casini, dice da sola dove conduce la politica del potere per il potere». In che direzione? «Al trionfo del trasformismo. Dopo mesi nei quali abbiamo cantato l’assoluta priorità del programma, sento ora il nostro Letta intonare il canto della priorità delle alleanze, ossia che l’unica cosa che conta è la vittoria. E questo nella regione di Tarantini e della D’Addario, della estesa commistione tra affari e sanità, senza che si capisca più quale sia la differenza tra destra e sinistra. Solo l’assoluto disinteresse per la Repubblica può spiegare perché si parta dalle alleanze e non dal cosa fare con gli alleati. Non so se continuando così perderemo. La mia paura è invece che ci perderemmo, anzi, che ci siamo già persi».

Intanto, nel Lazio, mentre la Polverini ha già tappezzato le città con i suoi manifesti – si è brancolato nel buio fino a pochi giorni fa, per  trovare un candidato valido: scartata – per mille motivi, di cui più avanti dettaglieremo – dallo stesso diretto interessato l’ipotesi Zingaretti, esclusa dopo poche ore l’idea della Melandri, si è rischiato di arrivare alle elezioni con un rappresentante di bandiera ignoto ai più, come Esterino Montino: un ex assessore comunale che sta facendo il “reggente” da quando Piero (…Marrazzo) si è dimesso. Vano il tentativo dell”Italia dei Valori che insisteva proponendo la novità delle scorse europee, quella Serracchiani ch emolto sarebbe anche piaciuta a Franceschini e quindi anche a Veltroni, mentre la base nel centrosinistra continuava a chiedere di fare delle primarie di coalizione, nella speranza di arrivare a un candidato più “alto” (come potrebbe essere Emma Bonino, che però per prima delle primarie non vorrebbe nemmeno sentir parlare…). La finiana Polverini, intanto, ha incassato negli ultimi giorni l’appoggio dell’Udc di Casini, che potrebbe rivelarsi determinante.

In Lombardia la partita è chiusa in partenza. Formigoni si ricandida, ha l’appoggio dei suoi e dell’Udc, e vincerà a mani basse, forse contro Penati. Anche il Veneto è destinato al centrodestra, con il ministro Zaia già in campagna elettorale mentre il centrosinistra non ha ancora un candidato. In Piemonte il candidato di centrosinistra c’è (è l’uscente Mercedes Bresso) che ha ottenuto l’appoggio di Casini, ma il centrodestra con il leghista Roberto Cota rischia di fare il colpaccio.

Così come in Liguria, altra regione che il centrosinistra rischia di perdere (anche se l’uscente Burlando si è assicurato i voti di Casini).

In Puglia si sa come stanno andando le cose, con Nichi Vendola fatto fuori dalle nomenclature dei partiti e il caos che regna sulla candidatura Emiliano.

Ancora più drammatica è la situazione in Campania, dove l’eredità lasciata da Bassolino sta dando i suoi frutti in termini di consenso al Pdl.

Insomma, secondo i sondaggi il PD può contare solo quattro regioni sicure: Emilia, Toscana, Umbria e Marche. Mentre Liguria, Piemonte, Basilicata, Puglia e Calabria sono considerate incerte (ma solo nelle prime due le speranze appaiono più fondate) . Già date per perse la Campania e la regione Lazio. Inutile perfino competere in Lombardia e Veneto.Insomma, nel caso migliore il centrosinistra perderebbe 7-6, nel caso peggiore 9 a 4. Uno scenario, quest’ultimo, che fa venire i brividi alla schiena ai maggiorenti del PD, che sarebbe ridotto a un partito appenninico. E per Bersani il primo esame sarebbe una bocciatura completa.

Ma prima del voto ci sono ancora due mesi e mezzo (si andrà alle urne il 27 e il 28 marzo) e tutto, forse, potrebbe cambiare: specie in un paese come l’Italia, dove lo scenario politico è molto mobile.

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