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Il PD delle assenze, regalo di un’opposizione che non c’è…

Contestazioni in piazza. I delusi del Pd vanno all’attacco dei leader. E ora le primarie rischiano il flop

Per tre quarti d’ora, il tempo del percorso in treno dalla minuscola stazione di Santhià fino a Torino, tratta non molto frequentata da girotondini e ceti medi riflessivi, il mite deputato del Pd Pierluigi Castagnetti di ritorno da una giornata di meditazione nel monastero di Bose si è trovato a fronteggiare uno scompartimento inferocito. “Persone fino a un istante prima normali mi urlavano: ‘vergogna, non vi votiamo più'”, ha raccontato ai colleghi a Roma. “Ho ripetuto che ero presente al voto, ma è bastato appena a darmi il diritto di replica. Se fossi stato tra gli assenti non avrei potuto aprire bocca”. Umori analoghi raccolti nelle stesse ore, alla manifestazione di Roma sulla libertà di informazione, da altri big del Partito democratico. Grida, contestazioni, qualche insulto. Come quelli che hanno accolto Dario Franceschini e Pierluigi Bersani nelle prime file: “Cosa siete venuti a fare? Avete salvato Berlusconi”. Tra i bersagli preferiti Massimo D’Alema, più incupito che mai.

Altro che congresso della rinascita per il Pd. Neppure nel 2002-2003, il biennio rossiccio di Nanni Moretti, delle manifestazioni della Cgil, dei cortei per la pace aperti dalle bandiere arcobaleno, la fiducia verso i dirigenti del centrosinistra era precipitata a un livello così basso. La botta finale è arrivata con l’assenza dei 22 deputati democratici che hanno permesso alla maggioranza di approvare nell’aula della Camera lo scudo fiscale, nonostante le tante defezioni tra i banchi del Pdl. Tra di loro un po’ di tutto: la teodem Paola Binetti e la vecchia volpe dc Giuseppe Fioroni, il volto nuovo degli anni Novanta Giovanna Melandri e quello del Duemila Marianna Madia, più il recordman di assenze Antonio Gaglione. Ancora una volta è toccato al regista del ‘Caimano’ ripetere la scomunica di piazza Navona, quando nel 2002 aveva profetizzato “con questi dirigenti non vinceremo mai”: “In questi 15 anni la sinistra ha sbagliato tutto”, ha sentenziato Moretti.”È corresponsabile del fenomeno Berlusconi. E non per un disegno, ma per narcisismo, sciatteria, incapacità”.

Non è ancora un movimento, è un sentimento di indignazione. Non ha ancora un leader carismatico, come era successo anni fa con Sergio Cofferati. “È il movimento dei ‘farabutti'”, l’ha chiamato Ilvo Diamanti su ‘Repubblica’. “Senza bandiere, senza simboli da esibire, se non quelli offerti dallo stesso premier. Che forniscono a molti un senso di appartenenza. L’identità che i partiti di sinistra non riescono più a offrire”. Sono quelli che non si perdono una puntata di ‘Annozero’ di Michele Santoro e che in edicola cercano il ‘Fatto’ di Marco Travaglio, eletto a giornale amico da Beppe Grillo. Più furiosi, più disperati dei girotondi che almeno trovavano uno sbocco nella ricostruzione dell’Ulivo, nella partecipazione della società civile. Ora non resta che la rabbia. Con i capi del Pd che si trovano di fronte al pericolo delle primarie flop. Vissute dagli elettori con disincanto. O addirittura disertate.

A sfogliare le lettere pubblicate in questi giorni dall”Unità’ di Concita De Gregorio sembra un rischio concreto. “Dopo questa bella dimostrazione io a votare alle primarie non ci vado” (Danilo). “Mi alzo tutte le mattine alle 4 per andare a lavorare, sono iscritto al Pd, sono indignato: i deputati assenti è meglio che si dimettano” (Roberto Lanni). L’ira rimbalza dai giornali ai blog, fino ad arrivare sul tavolo dei vertici del Pd. Mail di questo tipo hanno intasato negli ultimi giorni la casella di posta elettronica del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro, franceschiniano, considerato il responsabile del mancato affondamento del governo sullo scudo fiscale. A metterlo in mezzo ci ha pensato lo stesso D’Alema, assente anche lui in una precedente votazione: “Non mi era stata spiegata l’importanza di quella votazione, è il gruppo che dovrebbe farlo, ma evidentemente non funziona bene”. Il congresso del Pd si fa anche così. Provando a cavalcare la rabbia degli elettori e a scaricarla addosso agli avversari.


La corrente che appoggia Bersani, in realtà, sa già come chiudere la vicenda. Basta seguire l’ex ministro nei suoi tour nei circoli per accorgersene. Lunedì 5 ottobre, per esempio, Bersani si affaccia nel popoloso quartiere della Magliana, periferia Sud di Roma. Accolto nel circolo locale da chi governa sul territorio da tempo immemorabile, il presidente del municipio Gianni Paris, ex Ds: “Pierluigi, siamo 160 mila abitanti, più di Reggio Emilia, per dire di una zona che conosci”. Qui Bersani ha vinto con una percentuale che farebbe paura a un talebano, il 90 per cento dei voti, Marino ha preso l’otto, a Franceschini le briciole, il due. Nella sezione c’è molta gente con le buste della spesa, quartiere popolare, alle pareti ci sono i manifesti del candidato, una colomba giallorossa che vola sul Colosseo disegnata da Renato Guttuso per la festa dell’Unità di Roma del ’72. Su tutto domina un quadretto, il piccolo ritratto di un uomo con i baffi: l’idolo dell’ex popolo comunista, D’Alema.

“Per noi sei già segretario di questo partito perché gli iscritti ti hanno già scelto”, si infervora il presidente Paris. “Basta con questa pantomina di chiedere a chi non è iscritto al Pd di eleggere il nostro segretario. È assurdo che decidano gli elettori del Pdl o di Di Pietro: non si deve ripetere più”. Le primarie sono seppellite, la sala viene giù dagli applausi. Bersani non prende le distanze, borbotta che lui vorrebbe una mediazione, non più le primarie aperte a tutti ma l’albo degli elettori, dove possano segnarsi solo i simpatizzanti. Il ritrattino di D’Alema quasi quasi prende vita e sorride.

La ricetta Bersani, lontano dalle diplomazie e dalle conferenze stampa, recita così: via le primarie indistinte della breve era Veltroni, apertura di una nuova fase dove gli iscritti e “l’apparato indistruttibile” del partito, i quadri e i dirigenti locali tornino a contare. E basta con il nuovismo, l’antipolitica, l’antiberlusconismo, come teorizza D’Alema: “C’è un antiberlusconismo che sconfina in un sentimento anti-italiano. Una concezione da élite illuminata che vive in un paese disgraziato, l’approccio peggiore che possiamo avere”.

Quella che sperava di far montare Franceschini, ad occhio e croce. La campagna per le primarie del segretario ancora in carica era partita all’insegna dell’anti-berlusconismo hard, con attacchi alla mancata legge sul conflitto di interessi (leggi Bicamerale dalemiana) e ai signori delle tessere che avrebbero manipolato il risultato degli iscritti. Ma il fattore Farabutti, l’ondata di rabbia che agita l’elettorato del Pd, potrebbe danneggiare anche lui. “Le assenze in Parlamento e la mancanza di autorevolezza dei dirigenti finiscono per travolgere tutti”, si lamenta Paolo Nerozzi, oggi senatore del Pd, uomo forte della Cgil cofferatiana durante gli anni delle grandi manifestazioni e dei girotondi.

Resta il terzo incomodo, Ignazio Marino, il più attrezzato a intercettare il malcontento, malgrado i limiti della sua candidatura: un non politico a disagio quando si parla di strategie e alleanze. Perfino lui, però, è finito nel mirino dei movimentisti: il direttore di ‘Micromega’ Paolo Flores d’Arcais gli aveva pubblicamente proposto di fare una lista di appoggio alla sua candidatura con il nome Girotondi per Marino, il senatore-chirurgo ha detto no e si è beccato la sua buona dose di critiche su Internet.

Così alla fine l’indignazione per l’assenza di un’opposizione forte potrebbe colpire tutti i candidati alla leadership del Pd, indistintamente. E favorire Italia dei Valori, con Antonio Di Pietro che è tornato a sparare contro Berlusconi e contro Giorgio Napolitano, in attesa di vedersi piovere addosso nuovi elettori del Pd delusi. L’ex pm, ancora una volta, parla alla pancia di un elettorato deluso e che vorrebbe un Pd meno remissivo, nelle aule parlamentari e fuori. “A noi va bene qualunque risultato”, spiega Leoluca Orlando. “Se vince Bersani, il vero Pd lo facciamo noi. Se vince Franceschini, lo facciamo noi con lui. Se vince Marino, lo fa lui con noi…”. E sono in arrivo le liste a cinque stelle di Beppe Grillo, pronte a candidarsi in tutte le regioni o quasi: altri voti in libera uscita dal partito democratico. Il dopo-sentenza sul lodo Alfano fornirà nuove munizioni.


Tocca agli aspiranti segretari fermare la slavina e motivare il popolo delle primarie a tornare a mobilitarsi. Due milioni di elettori il 25 ottobre, continua a essere il numero indicato per poter cantare vittoria. Anche se c’è chi sospetta che una bassa percentuale di votanti darebbe buoni argomenti a quella fazione del Pd che ha sempre visto di cattivo occhio i gazebo: i dalemiani. “Sarebbe paradossale che i beneficiari del discredito che ci coinvolge fossero proprio i nemici delle primarie”, osserva un franceschiniano. Sarebbe un paradosso anche per Bersani, però, che invoca da mesi un “Pd da combattimento”. Che cominciasse a combattere, allora.

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