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L’Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci!!!

Luca LUCANon è ancora tempo per Montezemolo…. Meglio aspettare che la baracca Italia crolli dappertutto… Storia del riservatissimo incontro con Fini…

 «Arriva Umberto Agnelli scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore». Diceva così una vecchia battuta di Fortebraccio, ossia di Mario Melloni, il corsivista più letto sull'”Unità” del tempo che fu. Era uno sfottò meno corrosivo di tanti sfornati dal sarcasmo di quel vecchio democristiano convertitosi al comunismo. Eppure penso che Montezemolo non l’abbia dimenticato neppure oggi.

Perché la rammenta, il presidente della Fiat e della Ferrari? Le spiegazioni sono almeno due. La prima è che “Montez”, come lo chiamano le sinistre radicali, vorrebbe entrare in politica. Un paio d’anni fa, un dirigente della Fiat mi spiegò: «Luca spasima di farlo. Non gli basta più l’incarico di presidente della Confindustria. Vede l’Italia andare a rotoli e vorrebbe tentar d’impedire che precipiti nel baratro. Però teme i contraccolpi brutali della casta dei partiti».

Il secondo motivo per ricordare lo sfottò di Fortebraccio è legato all’esperienza di Umberto Agnelli come senatore della Repubblica. Un’esperienza negativa, come vedremo fra un istante. Luca ha il timore di essere costretto a riviverla. Per questo esita. Si sente già nel mirino come uno dei Poteri Forti pronti a fare un golpe, secondo l’invettiva del ministro Brunetta. E non vorrebbe che gli accadesse di peggio.

 Ho stima di Montezemolo. Mi è capitato di parlargli quando guidava la Confindustria. La sua analisi della crisi italiana l’ho sempre trovata perfetta e sincera, al limite della crudeltà. E credo non abbia nulla da imparare dal think tank di cervelli che ha messo insieme di recente. Purtroppo, per passare dalla teoria alla pratica bisogna scendere sul campo da gioco. Ma a frenare “Montez” è il ricordo di quanto accadde a metà degli anni Settanta al suo principale di allora.

Umberto Agnelli era nato a Losanna, in Svizzera, il 1° novembre 1934, tredici anni dopo il fratello Giovanni. La prima volta che mi capitò d’intervistarlo per il “Corriere della sera” era il luglio 1975, quando aveva 41 anni. È una data da ricordare. Si era appena svolta una tornata elettorale amministrativa.

Per il Pci era stato un trionfo. Il partito di Enrico Berlinguer aveva conquistato il 33,4 per cento dei voti contro il 35,3 della Dc. L’Italia fiorì di giunte rosse. A Torino divenne sindaco il comunista Diego Novelli. E in quel colloquio, Umberto mi spiegò che la Fiat era pronta a collaborare con il Pci per il bene della città.

 Il nostro fu un incontro lungo che mi svelò un lato sconosciuto del secondo Agnelli. Da noi chiamato il Dottore per distinguerlo da Gianni, l’Avvocato. Mi sembrò un uomo intelligente che conosceva molto bene la vicenda politica italiana. Ed era tentato di parteciparvi.

La tentazione si concretò l’anno successivo. Quando il presidente Giovanni Leone sciolse in anticipo le Camere e le elezioni vennero fissate per il 20 e 21 giugno 1976. Il Pci era all’attacco, convinto di superare la Balena Bianca. Alle Botteghe Oscure si dicevano convinti del sorpasso. Fu in quel clima che il Dottore vinse le esitazioni e si candidò al Senato con la Dc.

Umberto s’imbattè subito in una sorpresa negativa. Avrebbe voluto presentarsi in un collegio torinese, quello di Pinerolo. Ma a sbarrargli il passo fu un politico dicì con la fama del duro: Carlo Donat Cattin. Era il leader della corrente di Forze Nuove e disse: per il Dottore nessun collegio in Piemonte!

In quel caso la super potenza della Fiat fece un buco nell’acqua. Umberto fu costretto a candidarsi in un collegio di Roma VIII: quello di Labaro-Prima Porta, nella periferia nord della capitale. Venne eletto. Ma lui e la sua spalla, Montezemolo, si trovarono subito alle prese con la base democristiana del collegio.

Nel suo bel libro, “Democristiani immaginari” (Vallecchi 2006), Marco Damilano ricorda che la Dc del quartiere era guidata da Gianni Giacomini. Un militante fanfaniano, il capo dei sottoproletari di Prima Porta che avevano occupato le case sfitte. Il primo incontro avvenne al ristorante Buccilli, sulla via Flaminia. Giacomini poi ricorderà: «Arrivò un codazzo dei suoi, poi lui, poi un altro codazzo. Umberto era come chiuso in un bunker. Un uomo gentile, che parlava poco».

Quelli che parlavano molto erano i colleghi di Umberto, tanto al Senato che alla Camera. Allora frequentavo il Parlamento, come inviato del “Corriere” e poi di “Repubblica”. E rammento le cosacce che si dicevano sul conto del Dottore. Le meno trucide si risolvevano in una domanda: ma perché ha voluto venire qui a romperci i coglioni? Non poteva restarsene alla Fiat, a godersi i suoi miliardi?

 Ma c’era pure chi andava sul pesante. Umberto ci considera dei paria pezzenti. È ombroso, avaro, ignorante, non sa un cazzo di politica. È troppo ricco per fare il parlamentare. È circondato di incompetenti con la puzza sotto il naso, a cominciare da quello snob di Montezemolo. Qualcuno si spingeva più in là. Alimentando con malvagità la leggenda che al Dottore piacessero i maschietti.

Mi resi conto di quanto fosse difficile il percorso del senatore Umberto nel febbraio 1978. Quando Scalfari mi mandò a seguire un incontro serale del Dottore con la sezione democristiana di Prima Porta – Labaro. Viaggiammo nel buio di una periferia in sfacelo. Fantasmi di cemento armato. I falò delle prostitute. Brandelli di campagna non ancora divorati dalla città.

I suoi elettori aspettavano Umberto dentro la sede del partito. Uno stanzone con un fondale azzurro e la scritta: “La nuova Dc è già cominciata”. Alle pareti un De Gasperi in terracotta e un Fanfani intagliato nel legno. Quindi una sfilza di fotografie della prima visita del Dottore, durante la campagna elettorale del 1976. Ecco il mitico Giacomini. Lui ringhiò subito: «Da allora lei non è più venuto da noi. Eppure questo è il suo collegio!».

Il segretario era un giovanotto grintoso, impiegato al comune. Toccò a lui guidare l’incontro con Umberto e il botta e risposta con la base. L’inizio fu un po’ duro. Giacomini se la prese con i comunisti, con il sei politico nelle scuole, con gli ospedali nel caos: «Senatore, lei può anche permettersi una clinica privata a duecentomila lire al giorno, noi no!». Poi tirò qualche calcio agli industriali che ammiccavano al Pci e nel frattempo portavano i capitali all’estero.

lucaluca2Umberto si comportò bene. Ascoltava impassibile le domande, masticando gomma americana. Poi rispondeva con una tecnica curiosa. Cominciava un po’ enfatico per coinvolgere i militanti, poi offriva una replica sempre ragionata. Dichiarò una fiducia eccessiva nel rinnovamento della Dc. Ma senza truccare le carte. E senza imitare qualche marpione del partito.

Aveva di fronte una fila di madri proletarie. Erano loro ad ammirarlo. Una disse, sottovoce: «Questo Umberto è un bel ragazzo». E un’altra: «Sì, ha ‘na bella bocca. Fortunata la donna che sta con lui». E una terza, sospirando: «Speriamo che la Fiat ci faccia avere gli alloggi popolari!».

Quando la serata finì e Umberto scomparve nella notte, rimasi in sezione per raccogliere qualche commento. Chiesi: «Com’è questo Agnelli?». Risposte: «Buono!», «Va bene», «Cerca una Dc pulita», «Lo voteremo ancora».

 Ma c’era pure chi non voleva dire nulla. E qualcuno che masticava amaro. Un signore bassetto spiegò: «Mi è piaciuto soltanto al cinquanta per cento. È troppo tenero con i comunisti». Un componente del direttivo sezionale aggiunse, con la bocca storta: «È diventato un compagno pure lui!».

Un anno dopo, il nuovo presidente della Repubblica, Sandro Pertini, sciolse in anticipo le Camere. E chiamò gli italiani a votare il 3 e 4 giugno 1979. Tutti si chiesero se Umberto si sarebbe ripresentato al Senato. Ma il 10 maggio il Dottore fece sapere che rinunciava. Forse si era convinto che il Parlamento non faceva per lui.

A questo punto mi domando perché mai Montezemolo dovrebbe gettarsi nella fornace della lotta politica. E prevedo che non lo farà. Nel clima rabbioso di oggi, un personaggio come lui verrebbe messo nel tritacarne. La sua vita passata, quella presente e quella futura non avrebbero scampo. Meglio aspettare che la baracca Italia crolli del tutto. Soltanto allora, forse, vedremo Luca scendere in campo.

E FINI INCONTRA IL PRESIDENTE FIAT A MONTECITORIO

Montezemolo smentisce ogni intenzione di scendere in campo e lo ha fatto anche ieri all’inaugurazione di un nuovo master dell’Istituto di scienze militari aeronautiche di Firenze. Intanto, però, continuano gli incontri riservati con Fini.

Secondo l’agenzia Apcom, infatti, il presidente della Camera ha ricevuto il numero uno della Fiat martedì mattina alle 9, quando Montezemolo ha varcato il portone di Montecitorio diretto al primo piano nello studio della terza carica dello Stato.

 L’incontro, riservatissimo, era nell’agenda ufficiale di Fini, dopo i funerali dei caduti in Afghanistan e l’incontro con Silvio Berlusconi, e con ogni probabilità era incentrato sul convegno che la fondazione di Montezemolo “Italia futura” ha organizzato per il prossimo 7 ottobre sotto il significativo slogan di “L’Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci”. Al convegno, oltre a Fini, parteciperanno Enrico Letta e Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio.

 

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