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Guazzabuglio tv

18767Quello che sta succedendo alla Rai non è solo una questione di rinvii, censure, vetrine al premier e omologazioni. E’ anche una storia di utilizzo spudorato delle reti pubbliche per aumentare il fatturato di Mediaset. Come? Oscurando sempre più spesso la tv di Stato sul satellite di Sky, per convincere la gente ad abbonarsi a Mediaset Premium. Un caso gigantesco di conflitto d’interesse, in cui si danneggia consapevolmente il servizio pubblico per dare vantaggi a un broadcaster privato, quello che appartiene al premier.

L’ultimo incubo degli appassionati di calcio italiani è un numero a nove cifre: 199.303.404. è il call center – a pagamento e con scatto alla risposta – a cui si devono rivolgere i telespettatori che vorrebbero vedersi il campionato sul digitale terrestre di Mediaset, ma non ci riescono.
Al numero in questione, com’è uso, per parlare con un essere umano ci si mette delle mezz’ore, perché si viene rinviati da un risponditore automatico all’altro. Così in questi giorni le sfuriate dei clienti riempiono i forum di Internet e i centralini delle associazioni consumatori.
Che cos’è successo? Molto semplice: che la pay-per-view del calcio di fatto non esiste più. Il sistema di carte prepagate con cui negli ultimi anni i calciofili potevano comprarsi le singole partite su Mediaset Premium (sul famoso digitale terrestre) è stato sostituito da un abbonamento dentro il quale Mediaset vende altri suoi canali – tipo Steel o Joy – che faticavano a decollare da soli. Di qui le proteste e i problemi di mancate attivazioni.
Perché Mediaset ha fatto questo passo, che ne aumenta i fatturati ma ne mette a rischio la popolarità? La risposta non è per nulla tecnica: è molto economica e politica. E non riguarda solo gli appassionati di pallone, ma tutti i contribuenti e i telespettatori che pagano il canone della Rai.

Per rispondere, infatti, bisogna tornare al 2005, l’anno in cui Mediaset lancia la sua proposta per il calcio sul digitale terrestre in concorrenza con quella satellitare di Sky. L’offerta di 23325_tnMediaset è vantaggiosa: basta comprarsi il decoder del digitale terrestre – scontato, con il contributo dello Stato – e poi ciascuno può acquistare il match a cui è interessato a tre euro a partita (poi gli euro diventano sei, poi otto). Nel frattempo il digitale terrestre viene gradualmente proposto e imposto in ogni modo: grandi campagne pubblicitarie pagate con i soldi pubblici, nuovi sconti per l’acquisto di decoder, perfino finanziamenti ai senior citizen purché si facciano questo benedetto Dtt. Poche voci si alzano a far notare che il digitale terrestre in Italia vuol dire fondamentalmente Mediaset, l’unico broadcaster che ha pronti diversi canali free e a pagamento per la nuova piattaforma. Quindi lo “switch over” verso il Dtt va avanti, coperto dalla stampa amica: «Entro il 2012 tutti gli italiani devono passare al digitale terrestre», minaccia “il Giornale” del 22 agosto scorso, tacendo sul’esistenza delle piattaforme satellitari e di quelle via Internet. Così, dopo le regioni campione Sardegna e Val d’Aosta, in estate si impone il Dtt nel Lazio e in Piemonte, e ora sta iniziando la campagna d’autunno in Campania. Il problema è che per convincere gli utenti a passare al Dtt in queste settimane si sta attuando una politica vagamente minatoria che colpisce tutti: quella di oscurare – a sorpresa e senza alcun criterio logico – la visibilità dei canali Rai sul pacchetto Sky. Per capire l’entità di questa manovra, basta guardare i numeri. Dall’inizio dell’estate a oggi i programmi Rai che sono improvvisamente spariti dagli schermi di chi vede la tivù via satellite sono stati più di duecento. Nelle ultime settimane, poi, il criptaggio è diventato un mitragliamento: tra i colpiti e affondati i telefilm “La signora in giallo”, i cartoni “Bunnytown”, “Krypto the Superdog” e “Pucca Funny Love”, la sitcom per bambini “Due uomini e mezzo”, la fiction “7 Vite”, diversi film (come “La banda degli onesti”, “Totò, Peppino e la malafemmina”, “La casa dei sette falchi” e “Tre sul divano”), un po’ di partite di calcio (Galles-Italia under 21 e Georgia-Italia, per la quale l’oscuramento si è esteso anche al collegamento prima e ai commenti dopo). E poi ancora: le “macchie”, come vengono chiamate in gergo, hanno colpito “Girlfriends”, i “Power Rangers”, “Law&Order”, “NCIS Unità anticrimine”, “Harper’s Island”, lo speciale Champions League su Raitre (5 settembre), il programma d’informazione “Cominciamo bene estate” (Raitre, 9 settembre), fino all’incredibile oscuramento – alla faccia del servizio pubblico – di oltre metà del Tg1 delle 13,30 (il 9 settembre scorso). Lo scopo è evidente: rendere la visione della Rai con il telecomando Sky un percorso a ostacoli e convincere così la gente – una volta spento l’analogico – a passare al digitale terrestre. Del resto basta guardare bene che cosa è stato criptato: molti programmi per ragazzini (che così fanno i bravi e passano a Boing sul digitale Mediaset); telefilm e serie tivù (così anche i genitori capiscono che aria tira e guardano Joi o Steel, sempre sul Dtt di Mediaset); e un po’ di pallone (così anche i calciofili sanno che per vedersi le partite è meglio non usare Sky). La politica del criptaggio colpisce 50prima di tutto i telespettatori – specie quelli nelle cui regioni l’analogico è stato già spento – ma anche la Rai, che perde in media due punti di share per ogni trasmissione oscurata. In pratica, si usa la Rai (danneggiandola) per convincere la gente a passare al Dtt, una piattaforma che avvantaggia Mediaset. La quale invece su Sky cripta poco o niente, per non perdere audience. La manovra funziona, e anche molto bene: otto milioni e mezzo di famiglie italiane si sono già comprate l’accrocco del Dtt (a parte o inserito nei nuovi apparecchi): il doppio rispetto a un anno fa. Il digitale terrestre decolla. Gli abbonamenti a Sky si fermano. E così si può capire anche che cosa è successo al calcio su Mediaset Premium. A questo punto infatti il pubblico – che non si fida più del telecomando Sky dove i programmi scompaiono all’improvviso – è pronto per l’abbonamento a Gallery, con dentro il pallone più i canali in Dtt di Mediaset. L’esca della pay-per-view non serve più a Piersilvio e ai suoi. Spento l’analogico e distrutta l’affidabilità di Sky grazie al mitragliamento di “macchie”, resta solo l’abbonamento al Dtt di Mediaset. Certo, in tutto questo una scappatoia ci sarebbe: acquistare un ulteriore decoder, quello di Tivusat. Tivusat è la nuova piattaforma satellitare congiunta di Rai e Mediaset, dove fanno vedere tutto quello che invece viene oscurato su Sky. Peccato che i nuovi decoder (peraltro quasi introvabili nei negozi) costino attorno ai 150-200 euro. A cui ci sono da aggiungere altri 100-150 euro di installazione e attivazione. E ovviamente il decoder non è compatibile con Sky, ed esige quindi un’altra presa e un altro telecomando. Insomma non proprio una soluzione “consumer friendly”. Infatti finora Tivusat è un mezzo flop: da quando il decoder è in commercio ne sono stati venduti circa diecimila, a fronte di un potenziale di almeno tre milioni di utenti, quelli che per motivi orografici non sono raggiunti dal digitale terrestre. I quali adesso, per fruire di un servizio pubblico per cui pagano già il canone, devono sborsare altri 300 euro. Vittime collaterali della strategia delle macchie Rai, che serve solo a garantire l’espansione di Mediaset e dei suoi programmi a pagamento a costo di danneggiare in un solo colpo sia i telespettatori sia la tivù pubblica. A proposito, tra un po’ iniziano i reality e i talent show, più i vari programmi nazional-popolari ad alta audience: si accettano scommesse su sparizioni del segnale, oscuramenti e criptaggi. Evviva la tecnologia, che in Italia è sempre più addomesticata da una certa politica. Quella degli imprenditori scesi in campo per guadagnare di più, e su un terreno dove i poliotici di opposizione più che farl (l’opposizione…) si rincorrono per chidere marchette per se o per i propri amici, nel baratto tra consenso e silenzio, di cui gli elettori idealisti e sinistri, poco o nulla sanno.

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