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Il “cimitero” delle navi radioattive

CETRAROSotto il mare, un’altro mare… dal plutonio alle polveri di marmo, tutto quello che non ti aspetti… Ma servivano le prove…

CETRARO (Cosenza) – “Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?”. “E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?”. “Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…”. Questo dialogo tra due boss della ‘ndrangheta, agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, basta per comprendere quale logica abbia mosso le navi dei veleni. Navi che dagli anni Ottanta hanno seminato lungo le coste del Mediterraneo e dell’Africa i loro carichi di rifiuti tossici e radioattivi Meno facile è capire perché si sia dovuto aspettare vent’anni per seguire una pista che era stata indicata con chiarezza da tante inchieste e tanti pentiti. Nel 2000 l’indagine iniziata dalla magistratura di Reggio Calabria nel 1994, dopo una denuncia della Legambiente sulla Rigel, un’altra nave a perdere affondata per disfarsi di un carico radioattivo che non riusciva a trovare destinazioni lecite, fu archiviata, nonostante la gran mole di indizi, perché “mancava il corpo del reato”. Difficile del resto che le prove potessero emergere da sole visto che erano state seppellite con cura in una fossa del Mediterraneo. Ora però, grazie all’ostinazione della procura di Paola e dell’assessorato all’Ambiente della Regione, la “pistola fumante” è stata trovata: un piccolo robot è riuscito a fotografare il delitto sepolto a 487 metri di profondità, i bidoni della vergogna che spuntano dalla falla nella prua della Cunsky. Il teorema della prova irraggiungibile è crollato. “Per troppi anni i magistrati sono stati lasciati soli mentre i processi venivano insabbiati: a questo punto tutte le inchieste vanno riaperte”, chiedono Enrico Fontana e Nuccio Barillà, i dirigenti della Legambiente che hanno denunciato molte sparizioni sospette di navi. “Devono intervenire la procura nazionale antimafia e il ministero dell’Ambiente, bisogna formare un’unità di crisi per il monitoraggio delle zone in cui all’aumento della radioattività corrisponde un picco di tumori. Vogliamo sapere la verità sui legami tra il traffico di rifiuti e il traffico di armi, le connessioni con il caso Ilaria Alpi e il trafugamento di plutonio e rifiuti radioattivi”. Buona parte del lavoro è già fatto: mettendo assieme le informazioni raccolte pazientemente dai magistrati di mezza Italia è possibile costruire la mappa dei cimiteri radioattivi dei nostri mari. Un elenco di affondamenti volontari, navi che spariscono nel nulla senza lanciare il may day, troppo lungo per essere citato in versione integrale, ma basta ricordare alcuni casi per avere un’idea di quello che è successo in questi anni. Nel 1985, durante il viaggio da La Spezia a Lomè (Togo), sparisce la motonave Nikos I, probabilmente tra il Libano e Grecia. Sempre nel 1985 s’inabissa a largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno Calabrese con il suo carico sospetto. Nel 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento, in Calabria, naufraga la Rigel. Nel 1989 la motonave maltese Anni affonda a largo di Ravenna in acque internazionali. Nel 1990 è il turno della Jolly Rosso a spiaggiarsi lungo la costa tirrenica in provincia di Cosenza. Nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia. Del resto fino agli anni Novanta c’era addirittura chi teorizzava pubblicamente la sepoltura in mare dei rifiuti radioattivi. La Odm (Oceanic Disposal Management) di Giorgio Comerio si presentava su Internet offrendo i suoi servigi di affondamento su commissione. Era già in vigore la Convenzione di Londra che vieta espressamente lo scarico in mare di rifiuti radioattivi, ma la Odm, che operava dal 1987, sosteneva che non si trattava di scarico “in” mare ma “sotto” il mare perché la tecnica proposta consisteva nell’uso di una sorta di siluri d’acciaio di profondità che, grazie al loro peso e alla velocità acquisita durante la discesa, s’inabissano all’interno degli strati argillosi del fondo marino penetrando a una profondità di 40-50 metri.

La nave dei veleni intanto entra tra i banchi della Commissione europea con un’interrogazione dell’eurodeputato calabrese Mario Pirillo (Pd), membro della Commissione per l’ambiente e la sanità pubblica. L’iniziativa di Pirillo punta a coinvolgere Strasburgo per cercare di trovare aiuti per la Calabria.

“Quel che è successo a Cetraro – dice l’europarlamentare da Strasburgo – è un fatto gravissimo che preoccupa l’intera Calabria e soprattutto il litorale tirrenico. Oggi chiederemo al commissario per l’ambiente, Stavros Dimas, di prendere a cuore la situazione e verificheremo cosa la Commissione europea può fare, nell’ambito delle sue competenze. Di navi come questa potrebbero essercene tante nei fondali europei”.

L’interrogazione è stato accolta molto positivamente dall’amministrazione comunale di Cetraro: “Cetraro vive un giustificato allarme sociale – commenta il sindaco, Giuseppe Aieta – ed attende con ansia i risultati delle indagini sui sedimenti recuperati dai tecnici dell’Arpacal vicino alla nave. I cittadini hanno il diritto di sapere”. Aieta e la sua giunta si sono messi al lavoro per monitorare passo passo quel che succede: “Ho già costituito una commissione di medici, biologi e tecnici – dice il sindaco – per dare risposta immediata ai cittadini, per seguire costantemente ogni operazione e per capire quali sostanze giacciono in quei fondali. Questa è un’emergenza nazionale e quindi chiedo al governo di assumerla come tale intervenendo subito per accelerare gli esami su quei materiali e per bonificare il nostro mare”.

Le questioni attorno alla nave dei veleni sono tante. Intanto, la Procura di Paola per lavorare ha bisogno di uomini e mezzi. Dei sei magistrati in organico, attualmente solo due sono a disposizione, mentre uno dei pm di punta, Eugenio Facciola, sarà trasferito a giorni alla Procura generale di Catanzaro. Il primo vicepresidente della Commissione Giustizia al Parlamento europeo, Luigi Berlinguer, ex membro del Csm e primo firmatario dell’interrogazione Pirillo, chiede oggi al governo di “assicurare mezzi e uomini per mettere la Procura nelle condizioni di lavorare”. “Sono convinto – dice da Strasburgo l’europarlamentare – che si tratti di un dramma profondo, di una tragedia. La riposta è anche affidata alla forza del nostro apparato di giustizia. Le difficoltà della Procura di Paola sono degne di massima considerazione: indagini di questa natura richiedono una forte organizzazione e mezzi sofisticati capaci di lavorare sott’acqua a grandi profondità. E’ necessario che il Governo assicuri questi mezzi perché qui, se le previsioni saranno confermate, è in ballo la vita degli uomini, come dimostra il picco di malattie tumorali dal quale è partita l’indagine”.

 

 

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