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Tragedie italiane, anche questo è …”made in Italy”

Se si dovesse scrivere davvero cos’è successo, avremmo oggi solo il dubbio di dover scegliere da cosa e da che giorno partire.  Nella storia del terremoto che ha sdraiato l’Abruzzo ci sono purtroppo tutte le sfaccettature di un’Italia vecchia, spartitoria, logora. Vergognosa. Eppure tanto viva e operosa da riuscire a far realizzare, in un territorio ad altissimo rischio sismico, opere nuove di importanza strategica, come anche sedi istituzionali, senza i previsti requisiti di sicurezza antisismica. Stornando così le somme di denaro in più nelle …giuste tasche di imprenditori, funzionari e politici corrotti. Incredibile? Forse solo … fin troppo reale! L’ospedale, costato milioni di euro, diventato presto inservibile a poche ore dalla prima scossa di medio-alta intensità, proprio mentre tutta la popolazione più colpita lì convergeva in cerca di aiuto e 180841assistenza. Sbriciolate come fette biscottate le pareti dell’ospedale, inaugurato dieci anni fa, che ora verifichiamo essere stato costruito con strutture in cemento armato friabili, dove tre sale operatorie erano, e sempre solo oggi lo scopriamo, separate da semplici muri di cartapesta. Eppoi giù la Prefettura, che avrebbe dovuto essere il centro nevralgico della gestione dell’emergenza: completamente fuori uso e ridotta a un cumulo di macerie, come anche la Questura, altro luogo considerato fondamentale per chi deve affrontare le grandi calamità. A terra le sedi delle istituzioni che più sarebbero servite, in un momento di grandissima necessità: la collettività per ore sola, nella notte lunghissima prima dell’arrivo dei primi soccorsi, giunti alla spicciolata e senza strutture di comando, all’alba. Tutto in una zona che da sempre è nota come sismica e che da settimane conviveva già con uno sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificarne la robustezza,  in vista di giorni dove magari affrontare la crisi più drammatica, quella di queste ore: fino a domenica scorsa, un palazzo ottocentesco come quello della Prefettura, bellissimo e fragilissimo, era ancora il luogo simbolo e la sede istituzionale deputata ad assolvere il punto fulcro di ogni strategia. Pazzesco. Ma schifosamente italiano…

Oggi i cittadini della provincia de l’Aquila hanno forse capito: peccato paghino ora tutto, e ancora una volta, sulla loro pelle. Il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, non si è nascosto dietro il dito. “È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro, un paese che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre”. Di più, ha accusato: “Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni”. Forse, aggiungiamo noi, il fatto à che per qualcuno non c’à mai stata nessuna convenienza ad impararle, quelle lezioni… In assenza di … punizioni, poi! Intanto l’emergenza è presto diventata  doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione pura. In spontaneismo: esattamente come accadeva … secoli fa!

Guido Bertolaso, sottosegretario e ancora una volta commissario straordinario anche per questo disastro, senza nulla proferire ma con un’espressione in volto molto significativa, è stato costretto a dividere in due parti la sala operativa, notoriamente il centro nevralgico di tutte le operazioni. Una parte nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, l’altra addirittura chiedendo ospitalità a una struttura privata, il centro formazione TLC di Telecom Italia. Eppure, incredibilmente, mai come questa volta non si poteva non essere pronti a scattare. Sarebbe bastato rispettare leggi già fatte e vigenti, magari anche solo ascoltare con umiltà i segnali che mandava la natura. Ovviamente usando anche un briciolo di buon senso.

18092Il risultato? Questo: con il crollo della Prefettura, si sono subito perse ore. E nel momento più delicato. Subito dopo la scossa delle 3.32 la macchina dell’emergenza a l’Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. Nulla, black-out completo. “C’à stato un gravissimo problema di reti telefoniche e non si riusciva a contattare nessuno, dai dirigenti della provincia ai sindaci”, ha denunciato ai giornalisti il Presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: “così, la gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita con l’immediatezza che sarebbe servita”. E questo, impossibile per nessuno negarlo, ha avuto indubbie ripercussioni. Tutti i vertici delle operazioni si sono prima svolti nella scuola di Telecom Italia, poi si è deciso di trasferire tutto nella base della Guardia di Finanza, dotata di spazi e  connessioni con tutti gli apparati dello stato. Ore di incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti che oggi non abbiamo nella conta tra i vivi.

Ed ecco allora spuntare le domande, a partire da quelle più ovvie. Ad esempio, perché nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell’emergenza, ricadono proprio sotto la responsabilità della Protezione Civile, giusto? Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni imperversava, sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di “tragedia annunciata”: “Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole”. A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: “Ho l’impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata”.

La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d’allarme per mettere la macchina della Protezione civile in pre allerta. C’era tutto quello che occorreva per essere  oggi ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell’emergenza, lasciando tutti imbambolati nella confusione delle prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.

Avrà certo strascichi penali il caso dell’ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell’armatura del cemento. “E pensare che è costato tantissimo”, afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: “In più, secondo le carte di cui disponiamo, era stato garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato”. Sconcertato, quanto chi lo ascolta…

18096Ancora. Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello Studente crollata e costata la vita a molti ragazzi. Anch’essa era stata realizzata in cemento armato puntualmente sbriciolato sotto la spinta del sisma. Cemento inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano ora in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità.

Su tutto questo già si invoca l’intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono dovuti prodigare per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma va da sé che quelle ore chiave perse nell’assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate sotto cumuli di macerie . Probabilmente, il tempo forse lo dirà, nella polvere del terremoto stiamo rischiando ora di perdere anche quei documenti relativi alle delibere, ai certificati di collaudo, alle firme di chi doveva garantire e controllare tutto questo e che tutto questo, da quel che i fatti oggi dimostrano, non ha fatto. Sarà un atto dovuto, anche fosse solo dettato da semplice coscienza civile. Una volta sepolti i morti e sistemati tutti gli sfollati, qualcuno dovrà togliersi il cappello e venire in mezzo a queste persone per spiegare perché a l’Aquila il cemento impastato dieci o vent’anni fa si è sbriciolato.

E’, sia chiaro, davvero lontano dagli scopi di chi scrive queste righe, buttarla ora in politica. Anche perché entreremmo in un ginepraio di virtuosismi in cui siamo campioni. L’Abruzzo ha infatti avuto recentemente una giunta regionale, quella guidata dal socialista Del Turco, finita sotto schiaffo e quindi a casa per il solito intrallazzo di mazzette sulla sanità. Ovviamente tutti garantisti, attenderemo il terzo grado di giudizio. Il centro destra, vincitore delle ultime regionali, non sembrerebbe però aver fino ad oggi effettuato questo ricambio che la società abruzzese sperava. “La marmellata…”mi ammoniva tempo fa un caposervizio alla politica di un noto quotidiano nazionale”…è quella cosa che piace irrefrenabilmente a tutti i bambini, tanto che pur sporcandosi le mani e il viso, li troverai sempre pronti a giurare di non averla nemmeno toccata”: brividi, e non è una nuova scossa…

Una cosa è certa. Si è tanto detto e scritto della … “Roma ladrona” che, forse , ora sarebbe  leggittimo esercitarsi nei dovuti distinguo. Quella di una volta , almeno, non era certamente così. Ad oggi, a l’Aquila sono andati giù palazzi realizzati anche solo 20 anni fa, come  giù sono andate chiese restaurate anche solo 5 anni fa, ma mai messe in (vera) sicurezza. Hanno resistito  – e ha dell’incredibile – più i palazzi costruiti a mano secoli fa, che quelli figli degli ultimi decenni di allegra cementificazione. A l’Aquila, e analogamente  anche a Roma dove le scosse si sono sentite davvero parecchio, questa circostanza non trova spiegazioni tecniche…  Eppure, pur senza il cemento armato e le progettazioni CAD dei nostri tempi, i nostri Fori Imperiali, come CastelSantAngelo e il nostro Colosseo sono ancora lì che ci osservano, belli e alteri come pria. Materiali e tecnologie migliori, quelle utilizzate dagli antichi avi romani? O di migliore c’erano solo e semplicemente i … cervelli? Propendiamo fortemente per la seconda… ma adesso, chi ha davvero il coraggio di raccontare tutto questo a quelli laggiù, mentre nelle tende riflettono sul loro destino incerto? Che il fato o la sfortuna non sono l’unica spiegazione?

fabrizio dell’orso


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