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Grillo Show, il day after

Se fosse andata diversamente, quasi non ci avremmo creduto. Chi conosce da tempo Beppe Grillo, come artista e magari anche come persona, non si è certo stupito quando mercoledì su La7 lo ha visto abbandonare anzitempo il collegamento da Bruxelles, dopo aver evitato sistematicamente il contraddittorio con i politici in studio.

grillo7Dal canto suo, la conduttrice (che “ha chiesto scusa a tutti per l’accaduto”) era certa che Grillo avrebbe accettato il contraddittorio. “Ci conosciamo da anni. Quando abbiamo deciso di toccare temi come ristrutturazione delle Poste e privatizzazione dell’acqua, si è deciso con gli autori di invitarlo. Ha accettato, e ci ha piacevolmente stupito anche la disponibilità dell’azienda. Non si limiterà a intervenire, ha promesso di partecipare al dibattito”.

Questa promessa, se veramente c’è stata, è stata certamente disattesa. Ed è di questo (tanto per cambiare) che si è maggiormente discusso: della forma, non della sostanza. Del resto forma è anche sostanza, e le critiche a Grillo più intelligenti le ho lette nel settembre del 2007 a firma Daniele Luttazzi. Lui per primo, più e meglio di altri, ha analizzato il “cosa” e (più ancora) il “come”. Per alcuni, non dialogando e abbandonando, Grillo ha sbagliato: ha perso un’occasione, è passato dalla ragione al torto. Per altri ha fatto bene, perché non deve abbassarsi al livello dei politici.

Senz’altro la mossa di Grillo era studiata. Non se n’è andato perché infastidito dagli interlocutori. In studio c’era gente come Adolfo Urso e Bruno Tabacci, urticanti come un drop shot di Andreas Seppi. Non scherziamo: Grillo li avrebbe messi in tasca fischiettando (e anche per questo, dicono molto simpatizzanti, “Beppe ha sbagliato”).

Grillo si presenta da anni come un uomo fuori dagli schemi, lontanissimo dalla politica di professione, che ormai per lui è popolata da “nani e ballerine, ruffiani e lestofanti”. Un approccio che può permettersi, in virtù della coerente, rigorosa e tibetana carriera – ormai ventennale – extratelevisiva (ed extraparlamentare), ma che dall’altro lato rinverdisce le sempiterne accuse: qualunquista, populista, savonaralista, gurista, e tutto quello che può venire in mente a un editorialista cool di Repubblica.

C’è pero un altro aspetto, se volete antropologico, che più di tutti spiega il comportamento di mercoledì a La7. Grillo non sa – letteralmente – moderarsi, gestirsi, contenersi. E’ un monologhista per talento e vocazione, necessità ed esigenza. La sua forma di comunicazione è vulcanica, tracimante: non contempla l’interruzione, la modulazione, la declinazione.

Ilaria era sincera nelle sue speranze, ma non esisteva sulla faccia della Terra che Grillo si fermasse per ascoltare Tabacci, Urso e Marrazzo (notare come i partiti, temendo la Waterloo, avessero mandato esponenti di seconda fila all’ipotetico martirio). E non esisteva per due motivi. Perché Grillo non aveva uno spazio simile in una tivù generalista da sei anni, e quindi non voleva interruzioni, perché “adesso parlo io, è da secoli che non posso farlo a differenza di voi”. E perché, più ancora, non riesce a contenersi.

A La7 non è quindi successo nulla di strano: solo la conferma del modus operandi, deliberato ma anche (cit) spontaneo, di Beppe Grillo. E questo ci porta a due considerazioni finali.

La prima è che, decidendo – pur in terza persona – di “fare politica”, Grillo avrà sempre problemi ad allargare la base. La sua idea è di una politica oltre la politica, di un non-dialogo con i “lestofanti”, ma gran parte dell’elettorato non è preparata a questo. A La7 Grillo ha convinto i già convinti e allontanato chi già lo guardava con scetticismo. E questo non è confortante per le Liste Civiche e i ragazzi del Meet Up. Se vorrà aumentare i consensi, dovrà scendere a patti con se stesso.

La seconda considerazione è che, fino a quando Grillo parlerà così, darà spazio agli attacchi sotto la cintura (e ben più “grevi” dei suoi monologhi) di centrosinistra e centrodestra. Finché urlerà e “sbaglierà” i toni, si parlerà del come e non del cosa. La maniera più facile per disinnescarlo.

Il V-Day era convincente, e così per smontarlo si inventò l’attacco a Marco Biagi, i negazionisti nel blog, Mauro Mazza che lo accostò ai “cattivi maestri” del terrorismo. Il V2-Day, pure questo largamente condivisibile, venne annacquato non parlandone o parlandone male (la polemica con Umberto Veronesi, gli scleri di Vittorio Sgarbi, la dichiarazione dei redditi). E’ accaduto tante altre volte: per gli “attacchi” a Napolitano del No-Cav Day, tecnica adottata successivamente per depotenziare Di Pietro. Un parlare della pagliuzza perché nessuno veda la trave.

Anche adesso, dopo l’intervento ad Exit, nessuno parla – volutamente – dei contenuti di Grillo, ben poco attaccabile quanto a competenza e conoscenza, ma del come: “ha esortato a manganellare i politici”, “ha bevuto vino e non acqua” (questa è di Adolfo Urso, uno che quando in tivù affascina per la squisita assenza di acume), non ha accettato il confronto. Non rispetta gli avversari politici. E prima o poi viene fuori – dal Gasparri di turno – l’accusa vecchia di trent’anni di omicidio colposo, ricordata per screditarlo anche giuridicamente.

L’assioma finale non può che essere questo: Beppe Grillo è il grande eversore della politica italiana. Del resto per Berlusconi rappresenta “l’aspetto peggiore della sinistra peggiore”, e per Eugenio Scalfari è un quasi dittatore, un arcitaliano sommamente colpevole. Giudizi che vanno bene a destra e sinistra, perché consentono il perdurare dello status quo.

Eppure, anche guardando il volto sgomento dei politici, totalmente subissati e fuoriluogo mentre Beppe Grillo lanciava i suoi strali a La7, si è avuta forse conferma di come il blogger genovese non sia l’Eversore quanto piuttosto un irrinunciabile portatore sano dell’indignazione popolare. Una forza d’urto dirompente (e salvifica) che in televisione non si vede mai – men che meno in politica. Qualcosa che interrompe la stasi, che smuove lo stagno, che aiuta – aiuterebbe – questo paese a uscire dal più mesto dei torpori morali. Ed è proprio questo che terrorizza il Potere.

Beppe Grillo sbaglia spesso i toni, ma gli Urso sbagliano quasi sempre mosse e modi (oltre ai toni). Ed è una morte un po’ peggiore, come cantava un Cantautore quando i vaffanculo in Italia non li lanciava soltanto un ex comico.

Sandra Amurri, riprendendo quanto letto su Affaritaliani.it, circa le sue intenzioni di voto alle elezioni europee di giugno, dando la preferenza “a Sonia Alfano e a Luigi De Magistris, due persone della societa’ civile e due candidati indipendenti dell’Idv”, su cui valore nulla da eccepire, commenta: Grillo deve sapere che l’Idv, sul territorio, utilizza gli stessi metodi spartitori tipici di quella politica contro cui dice di combattere.

Alle provinciali di Ascoli Piceno, c’è il deputato dell’Idv, Favia, dalla carriera politica “impeccabile”: democristiano, FI, Udeur ed infine Idv, al presidente uscente Massimo Rossi, in cambio dell’appoggio dell’Idv, ha chiesto due assessori. Di fronte al rifiuto del metodo, opposto da Rossi, ha bussato alla porta del Pd, che, forse, evidentemente, non deve aver fatto fatica, ad accontentarlo, ed ora appoggia il suo candidato Mandozzi, spiazzando i cittadini che hanno valutato sul campo l’operato di Rossi.

Tutto questo, a fronte di un Presidente uscente, che – continua Amurri – si ricandida, che ha fatto della partecipazione, della trasparenza, della tutela del territorio e dell’ambiente, della battaglia contro la privatizzazione dell’acqua, la sua bandiera, tant’è che il Consiglio d’Europa lo ha invitato a Strasburgo per raccontare la modalità con cui ha progettato i fondi europei, ritenendola una modalità modello, e che i media europei lo abbiano più volte intervistato, per il bilancio partecipato, da lui attuato.

Caustico il giudizio della Amurri. Nelle Marche si dice: le chiacchiere stanno a zero. E i fatti,  tradiscono le enunciazioni, negano il valore di certe candidature: chiamasi incoerenza, che ha portato il Paese a toccare il fondo del degrado etico-politico.

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