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Prove tecniche di grande inciucio: caro Murdoch…

3c60_silvio-berlusconi_tn1«Le società di tlc sono un formidabile veicolo per la distribuzione dei contenuti, ma non devono diventare degli aggregatori». Solo qualche giorno fa Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia, in una intervista rilasciata al Sole 24Ore, ha fissato alcuni punti fermi su «come» e «fino a che punto» ha senso sposare telefonia e contenuti. Ieri quelle dichiarazioni hanno avuto un seguito: Telecom Italia ha comunicato la prima partnership nel campo dei contenuti con Mediaset, quella stessa Mediaset più volte indicata come promossa sposa del gruppo telefonico. L’annuncio è arrivato in una giornata nera in Borsa per il titolo Telecom Italia, in calo di quasi il 4%.
Questo nonostante proprio ieri l’agenzia di rating americana Standard & Poor’s ha confermato il giudizio e l’outlook sul credito del gruppo telefonico e ha promosso la scelta del gruppo di tagliare il dividendo a 0,05 euro per azione. In base all’intesa tra Telecom e il gruppo Mediaset, sarà possibile accedere con Alice Home TV ai contenuti dell’offerta Mediaset Premium. In questo modo «la programmazione proposta attraverso la piattaforma Iptv di Telecom Italia viene arricchita da nuovi film e telefilm, serie TV, reality, cartoni animati, anteprime, calcio», spiega la nota della società,
aggiungendo che «questa iniziativa conferma l’impegno di Telecom nel voler ampliare ulteriormente la propria offerta, rendendo disponibili titoli e nuovi canali rivolti alle famiglie e ad un pubblico differenziato per età e per gradimento di generi televisivi e cinematografici».
L’accordo con Mediaset, infatti, si affianca agli oltre 25 mila contenuti e oltre 200 canali televisivi già presenti su Alice home Tv. Quest’ultima, a fine dicembre dello scorso anno, poteva contare su clienti pari a 329 mila, ma l’obiettivo del piano industriale è di arrivare a 1,5 milioni alla fine del 2011.
Ma l’intesa con il Biscione resta confinata solo alla categoria delle “partnership commerciali”? O è il primo passo verso una alleanza più ampia? Sull’opportunità di dar vita a una media company, Bernabè ha già risposto, ribadendo due concetti chiave: primo «la media- company richiede competenze ed esperienze che noi non abbiamo. Il nostro compito è di mettere a disposizione l’infrastruttura, punto»; secondo, la fusione con Mediaset non solo «mi sembra difficilmente realizzabile sul piano pratico, ma non è nemmeno fattibile sul piano legislativo ».

Intanto ieri in Borsa il titolo Telecom Italia ha vissuto un’altra giornata di passione. Complice il generale andamento del mercato le quotazioni sono scese del 3,89% attestandosi a un prezzo di riferimento di 0,86 euro.
E a nulla è servito il giudizio positivo di Standard & Poor’s: l’agenzia americana ha confermato il rating BBB/ A-2 sul debito per Telecom e ha indicato prospettive stabili. Il giudizio, si legge in una nota, è stato ribadito dopo la pubblicazione dei risultati 2009 e la decisione di tagliare il dividendo a 0,05 euro per azione.
«Il taglio della cedola e un andamento operativo incoraggiante visto nell’ultima parte del 2008», spiegano gli analisti di S&P’s, «compensano la pressione che continua a pesare sulle attività domestiche, le tasse piuttosto consistenti che andranno pagate nel 2009 e il programma di rifinanziamento». Gli analisti si aspettano che il gruppo prosegua nella riduzione dell’indebitamento e a stabilizzare le performance sul mercato domestico senza perdere di vista il Brasile.

Cresce, infine, l’attesa per il rapporto di Francesco Caio, consulente del governo italiano, sulle proposte per lo sviluppo della rete a banda larga. Paolo Romani, sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, ha sottolineato che il dossier non è stato ancora consegnato, chiarendo che la proposta di Caio sarà sul suo tavolo «nei prossimi giorni».
Solo in un secondo momento, come già affermato in passato dal sottosegretario, il dossier – che secondo indiscrezioni contempla l’ipotesi di scorporo -sarà consegnato a Palazzo Chigi.

L’altro fronte si chiama infatti Rai: l’azienda sembrava, solo a metà 2008, un’azienda quasi decotta, ma oggi Silvio Berlusconi ne vuole la guida. La Rai si è rilanciata sullo scenario digitale: oggi è difatti un alleato fondamentale nella lotta contro Sky per la pay tv – Il 10 marzo sarò allora il giorno del D-DAY?

3ri27_mauro-masi_gessato1Il Cda Rai “s’ha da fare” ma non si fa. Perché? Il vertice è scaduto da giugno, l’assemblea dei soci è stata rinviata al 10 marzo. Martedì prossimo sarà la volta buona, forse, con la possibile conferma di Claudio Petruccioli alla presidenza. Alle nomine a Viale Mazzini è stato dedicato un incontro lunedì sera tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il segretario del Pd Dario Franceschini.
Il Governo e la maggioranza avevano e hanno i rapporti di forza necessari a imporre un cambio rapido, come ai tempi della presidenza di Roberto Zaccaria. Tanto più, dopo che il centro-destra ha perso la maggioranza del Cda dopo la nomina di Gennaro Malgieri (An) in Parlamento e dopo che Alfredo Meocci, scelto dal governo Berlusconi due legislature addietro, è stato dichiarato incompatibile e sostituito da Claudio Cappon sotto il governo di Romano Prodi.
Invece, niente: il centro-destra prima ha impedito la nomina di Leoluca Orlando in Vigilanza e poi ha tirato fuori dal cappello il coniglio a sorpresa, la nomina di Riccardo Villari. È un motivo sufficiente per far passare più di otto mesi? La legge Gasparri, certo, non aiuta con la richiesta di un’intesa maggioranza- opposizione sul nome del presidente. Vi è, forse, anche un motivo che riguarda lo “stato” del servizio pubblico.

La Rai sembrava, a metà 2008, un’azienda quasi decotta: in perdita strutturale, in forte ritardo su digitale e Internet, fuori dal mercato della pay tv. Destinata, insomma, «a un lento e inesorabile declino» senza forti interventi correttivi, per citare il suo stesso Piano industriale. Conquistarne il vertice, per l’attuale maggioranza, non sembrava una questione prioritaria né tantomeno strategica. Tutte le attenzioni si concentravano, e in parte ancora si concentrano, sulla “triade” Mediaset-Sky-Telecom Italia.
«Il risultato economico rischia il declino strutturale» recita il Piano, con i costi operativi in costante aumento (116,6 nel 2006 fatto 100 il 2003) e una struttura rigida e complessa. La dinamica inerziale di costi e ricavi avrebbe portato a perdite per quasi 500 milioni in tre anni, senza interventi correttivi. Perché prendersi questa “patata bollente” in mano?
Da allora qualcosa è successo. Il management Rai ha riportato successi da non sottovalutare. I conti 2008 chiuderanno meglio di quanto previsto finora, nonostante la “gelata” pubblicitaria di novembre. Rai4 si è rivelata un successo, con una quota di ascolto del 2,16%, in Sardegna, a febbraio, nell’intero giorno. Viale Mazzini ha rilanciato la propria presenza sul Web (ispirandosi alla Bbc, però l’ha fatto), Sanremo è stato un boom di ascolti, si è cominciato, già nel 2008, ad attuare il piano Cappon per ridurre di 100 milioni i costi dell’esercizio 2009.

Ancora: si è formata la società Tivù con Mediaset e TI Media per lanciare una piattaforma satellitare diversa da Sky. Allo stesso tempo, è stata siglata un’intesa con Sky per scambiare i diritti dei Mondiali di calcio, in mano alla Rai, con quelle delle Olimpiadi in mano a Sky; si è poi disdetto il contratto che obbliga la Rai a utilizzare sul satellite la tecnologia di criptaggio NDS di Sky, per avere mani libere nelle scelte sulla piattaforma satellitare.
La Rai si è rilanciata sullo scenario digitale: oggi è un alleato fondamentale nella competizione per la pay tv. A questo punto occorre conquistarne la tolda del comando. Il 10 marzo, forse, sarà il momento buono.
Anche se il Pd non ha preso bene il fatto di non essere stato neanche avvertito della designazione di Mauro Masi a direttore generale e di averlo dovuto leggere sui giornali. Il che non ha favorito l’intesa sulla presidenza, per la quale spunta anche il nome di Enzo Cheli, ex presidente dell’authority per le Tlc. Ora la candidatura di Masi, però, non è più fortissima, perchè lo scenario, per dirla cone si usa dalle parti di Viale Mazzini, è ancor più … fluido.


 

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