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Lo strano delitto de … l’Unità

Come nei migliori gialli. È inutile cercare un retroscena canaglia nella crisi dell’Unità. Tutto è chiaro, nei limiti del romanzo giallo. I grandi racconti polizieschi ti mettevano sotto gli occhi i possibili colpevoli di un delitto. Ma sino all’ultima pagina non lasciavano capire chi, tra i sospettati, fosse quello giusto.
Anche in questo caso gli indiziati sono tre. Il primo è l’ex leader del Partito democratico, Walter Veltroni. Il secondo è l’attuale padrone del giornale, Renato Soru. Il terzo, non kri01_veltroni_tnsorprendetevi, è la Repubblica di Ezio Mauro.
Sul primo indiziato si conosce quasi tutto. A cominciare dalla conclusione della sua avventura politica. Il Perdente di Successo ormai è uscito di scena dopo uno tsunami di sconfitte elettorali. Ma era stato lui il padrino dell’ultima rinascita dell’Unità. A cominciare dalla scelta del direttore, Concita De Gregorio. Veltroni l’aveva fermamente voluta, soprattutto perchè era una donna e per di più bella, elegante, spigliata.
Non pensate ch echi scrive sia un maschietto che ritiene certi mestieri adatti più al suo genere che a quello femminile. Anche in altri importanti giornali italiani, prima o poi, vi sarà la guida di una signora provvista di un superbo lato B, per citare un mantra delle attuali sfilate di moda: “L’eros colpisce di spalle”. Ma dirigere un quotidiano mi sembra ancora un mestiere per ruvidi maschiacci. Capaci, al momento giusto, di rovesciare le scrivanie. E di fare il braccio di ferro con il più tirchio degli editori. Ma nel suo breve regno, Walter voleva stupire anche nei dettagli. Per questo suggerì l’avvento di Concita. La bionda inviata di Repubblica non aveva mai diretto nulla. Dal punto di vista professionale, era una single di qualità, però niente di più. molti rimasero colpiti quando si disse di lei: una donna che ha allevato un plotoncino di figli è capace di tutto. Era uno slogan giusto, dal punto di vista umano. Ma purtroppo inadatto sul campo di battaglia della carta stampata.
Al posto di Concita, oggi alcuni dicono che non sarebbero stati grati a Veltroni. Un gusto effimero ha messo nei guai anche la nostra collega. Effimero perchè non si può avere la noncuranza per l’esperienza professionale di un candidato. Legata al mancato accertamento della sua capacità di guidare una squadra verso un traguardo irraggiungibile: rianimare un vecchio foglio di partito e farne un giornale adatto a questo tempo da lupi. Allo scopo non potevano bastare gli scatti di Oliviero Toscani sull’Unità in jeans. Mostravano una minigonna che fasciavano un bel fondoschiena, quello della direttora. Nient’altro.
Oggi Veltroni non conta politicamente nulla, rispetto al suo passato, dicono in molti. Dunque possiamo passare al secondo indiziato: Soru, il padrone dell’Unità. La vecchia proprietà era stata felice di venderla all’uomo di Tiscali perché, diceva lui, «aveva Gramsci nel cuore». Soru, dicono oggi i detrattori, ha applicato al quotidiano diretto da Concita la stessa regola che Enrico Mattei, il grande capo dell’Eni, applicava ai partiti.
Mattei ringhiava: «Per me i partiti politici sono come i taxi: servono per una corsa, li paghi e scendi». La stessa cosa ha fatto Soru con il giornale ex-Pci. In vista del voto regionale in Sardegna, e nella convinzione di vincere, si è comprato la testata per accreditarsi presso Veltroni. Un accredito costato molto caro, soprattutto per quel che sarebbe avvenuto pochi mesi dopo. Mesi orribili, di tragedia politica e finanziaria. Segnata da tre eventi che non erano stati messi in conto. La sconfitta elettorale di mr. Tiscali. La fuga di Veltroni dal mattatoio del Pd. Infine l’obbligo di ripianare il passivo dell’Unità con un altro assegno milionario. Obbligo che, fino a oggi, Soru si è ben guardato dall’onorare.

Le ragioni di Soru: Il Cdr ha chiesto conto di come sono stati spesi gli oltre 2 milioni di euro versati da Soru per il rilancio del giornale. Eccoli. Format: 760 mila euro; 260 mila 14860euro per la nuova grafica allo studio Cases di Barcellona; 590 mila euro per la sculettante campagna pubblicitaria ideata da Oliviero Toscani “L’Unità in minigonna” (che ha fatto ribaltare le budella di Mister Tiscali). Per le quattro assunzioni fatte dal direttore scelto personalmente da Veltroni, alias Concita De Gregorio – Fusani, Bellu, Amenta e una giornalista per l’online – il totale tocca le 600 mila euro, cioè circa 150 mila euro l’anno a testa contro la media di un giornalista che è di 60 mila. Oltre agli art 3, una decina, e alle spese per le tante consulenze.
Soru in totale ha speso ad oggi, tra acquisto, ripiano e rilancio: 25 milioni di euro e, come ha spiegato Saracino al Cdr, L’Unità, contrariamente a quanto sostenuto dal direttore, perde 500 mila euro al mese. E secondo i dati ufficiali di Prima Comunicazione a dicembre 2007 ha venduto 47,916 mila copie, mentre L’Unità di Padellaro, nello stesso mese di dicembre del 2007 ne ha vendute 44,756 mila copie (ma senza la promozione di due milioni di euro by Soru).
In conclusione l’amministratore Saracino è stato chiaro: chiusura immediata della redazione economica di Milano, mentre per quelle di Bologna e Firenze, si attendono le elezioni di giugno, riduzione delle pagine da 48 a 40, 40 giornalisti licenziati ecc.
(A seguire il pezzo di Affaritaliani.it che rivela il nome della nuova testata di Padellaro; si chiama come la gloriosa rubrica di Biagi: “Il Fatto”. Da nostre informazioni dovrebbe esordire in edicola a maggio).

Gli appetiti di sinistra: tutto questo fa gola. Proprio mentre scoppia la crisi de l’Unità, con l’annuncio di un piano “lacrime e sangue” che porterà a tagli e alla chiusura di intere redazioni locali (a partire da quella milanese), l’ex direttore Antonio Padellaro prepara la riscossa.
“Silurato” nei mesi scorsi e sostituito da Concita De Gregorio dopo l’acquisizione da parte di Renato Soru del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, Padellaro – assicurano i bene informati – si prepara a tornare in edicola a breve come direttore de Il Fatto, nuovo giornale che avrà proprio lo scopo di fare concorrenza all’Unità, mirando a raccoglierne l’eredità.
Il progetto è stato pensato e seguito da Padellaro, che già all’indomani della sua “cacciata” dall’Unità si era messo alla ricerca di un potenziale editore. Che ora sarebbe stato trovato, anche se per il momento non esce allo scoperto.
Non a caso, il 62enne giornalista era ospite domenica scorsa de “L’Arena” di Massimo Giletti a “Domenica In”, su RaiUno: un po’ di visibilità, alla vigilia di un’operazione del genere, non fa certo male…
Quello di Padellaro, viste le tempistiche, potrebbe essere il colpo decisivo per l’Unità: le voci arrivano proprio mentre partono i cinque giorni di sciopero all’ex quotidiano del Pci, indetti dalla redazione contro il piano presentato dall’amministratore delegato, che prevede una drastica riduzione degli organici del giornale e il taglio delle cronache e anche della redazione di Milano. Da stamattina è ferma per 24 ore l’edizione online del quotidiano, mentre domani non sarà in edicola il cartaceo.

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Categorie:Uncategorized
  1. stelu59
    7 marzo 2009 alle 14:35

    Ho letto tutti gli articoli e mi complimento per l’equidistanza.

    Purtroppo questa “equidistanza” evidenzia ciò che ogni giorno si presenta ai nostri occhi e quanto poco abbiamo di che rallegrarci quotidianamente e che fa dire al prof. Sartori che non salverebbe nessuno degli uomini politici attuali.

    Resta la domanda se sia esistito qualcuno in passato che abbia saputo rappresentare e fare gli interessi del popolo italiano. Io credo di sì, ma ad incarnare i valori che hanno permesso (tra tentativi di restaurazione di varia natura e tipo) la costituzione della nostra attuale e libera società sono rimasti solo alcuni grandi vecchi per i quali è ancora alto il senso dello stato e del bene comune.

    Resta da chiedersi se siamo effettivamente democratici ed effettivamente liberi. Lo siamo sicuramente se compariamo la nostra vita quotidiana rispetto a quella di altre parti del mondo. Um dubbio si solleva quando leggiamo sui quotidiani (per chi legge) o ascoltiamo i TG (per chi li ascolta) se siamo ancora capaci di trarre logiche conseguenze e quindi esercitare il nostro libero arbitrio o accettare supinamente ciò che il “capo” (leader non ne vedo) populisticamente dice e egoisticamente decide.

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