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Jayla sposa bambina e malata terminale

La cerimonia organizzata da “Make a Wish” per regalare il sogno di un abito bianco e con tanto di scambio degli anelli ad una piccola donna

Dallas: Lei si chiama Jayla e lui Josè: nove anni lei, sette lui. Si sono vestiti da sposi e scambiati gli anelli nuziali in una cerimonia organizzata da “Make a Wish Foundation”, l’organizzazione che esaudisce gli ultimi desideri di bambini in fin di vita. La storia, raccontata dall’Ansa che cita il reportage della tv Usa ABC, fa adesso discutere l’America. Noi ve la riportiamo in apertura della nostra rubrica “News4Weekend” perché l’abbiamo trovata bellissima. Drammaticamente bellissima…

Jayla Cooper, la “sposa” accompagnata all’altare dal padre, ha difatti una forma terminale di leucemia: secondo i medici non le restano che poche settimane di vita. Josè Griggs, di due anni più giovane, soffre invece  di una forma meno aggressiva della stessa malattia e ha  – speriamo-  molte più possibilità di farcela. 

Dopo che la “Make a Wish Foundation” ha recepito e valutato il desiderio di Jayla, ne ha iniziato a parlare con i genitori dei due bimbi. Coscienti del poco tempo a disposizione e dell’innocenza di un desiderio comune a tutte le donne del mondo, hanno ben presto approvato l’idea di assecondare un “matrimonio” in cui Jayla e Jose si sono impegnati di essere amici per sempre. “Josè è così carino. Lo amo”, ha detto Jayla al potente network ABC, ancora eccitata appena dopo la fantastica cerimonia durante la quale la giovanissima coppia ha ballato sulle note di “Love Bug'” dei Jonas Brothers. 

Jayla e Jose si sono conosciuti in ospedale a una festa di Halloween mentre erano entrambi in cura al Center for Cancer and Blood Disorders di Dallas. Lei ha chiesto un matrimonio in piena regola, con i fiori, 150 invitati, un officiante. Le nozze, ovviamente, non hanno valore legale, ma tuttavia l’iniziativa ha attirato l’interesse dei media e anche generato molti commenti: “Fino a che il desiderio è ragionevole e non è qualcosa di estremamente controverso tentiamo di dare sempre luce verde all’iniziativa”, ha dichiarato Brent Goodrich, portavoce di Make a Wish, nel tentativo di sedare alcune critiche. 

“Jayla voleva fare una festa per ringraziare tutte le persone che erano state gentili con lei. Sposarsi era il suo sogno: ecco perché abbiamo pensato al matrimonio”, ha detto Shonda Schaeffer, direttrice della fondazione Gravepine Relief and Community Exchange Clinic che ha raccolto fondi per aiutare la famiglia della bambina. 

“Make a Wish Foundation”, infatti, ha nel suo statuto la pervicace volontà di tentare di esaudire praticamente ogni desiderio dei piccoli malati terminali: usualmente però le richieste sono più comuni. Ad esempio, alcuni coetanei di Jayla e Jose nell’ospedale di Dallas hanno chiesto un cagnolino, un cavallo, l’autografo di un personaggio famoso. Per unico che sembri, non è la prima volta che l’organizzazione ha organizzato un matrimonio: nel 2006 Nicole Hastings, 17 anni di Cleveland, aveva chiesto una cerimonia di “impegno reciproco” con il fidanzato. Come nel caso di Jayla e Josè non furono neanche in quell’occasione scambiati documenti legali. L’idea alla base di “Make a Wish Foundation” è quella di regalare un grande momento di gioia a dei piccoli uomini e a delle piccole donne che per un destino beffardo hanno conosciuto nella loro brevissima esistenza infinitamente più lacrime e dolore dei loro coetanei.

Regalare loro un sogno, distrarli da un crudele destino che la scienza per loro vede già drammaticamente segnato, è un’opera che dovrebbe trovare sempre unanime attenzione, senza nessuna pruderia filosofico intellettuale.  “Make a Wish Foundation” fa quello che può per alleviare il dolore di esistenze martoriate e, purtroppo,  fin troppo brevi. In questi casi ogni critica è fuori luogo. Abbiamo sempre pensato, anzi, che fare un passo indietro a volte è sinonimo di intelligenza, ma che in casi come questi fosse anche testimonianza di comprensione e infinita tenerezza. Questo è almeno quello che accadrà su queste pagine, dove simili iniziative troveranno sempre ascolto, spazio, rispetto. Il massimo rispetto possibile, da omaggiare in silenzio. Perché se un’ultimo sogno non si nega a nessuno,  ad un bambino che non conoscerà le gioie di un’esistenza serena quale quella di milioni di coetanei più fortunati,  ancor più.

F.D’O.

Antitrust contro il cartello che affama i meno abbienti…

 

 

Sanzionate le aziende produttrici e le associzioni di categoria del settore della produzione della pasta per quasi 12,5 milioni di euro per intese restrittive della concorrenza

Roma: Per il Garante le società Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlè, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano, insieme all’Unipi, Unione Industriali Pastai Italiani, hanno “posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza” finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita. 

Sono invece risultate estranee all’intesa, a diverso titolo, le società Gazzola, Mantovanelle e Felicetti, nei confronti delle quali era stata ugualmente avviata l’istruttoria. 

I produttori sanzionati – fa sapere l’Antitrust con una nota – sono rappresentativi della stragrande maggioranza del mercato nazionale della pasta (circa il 90%) e Unipi è l’associazione di categoria più rappresentativa del settore. 

I produttori fanno sapere che ricorreranno contro la decisione. L’Unione Industriali Pastai Italiani, ribadisce “che nel settore non vi sono state speculazioni, nè si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori”. 

Il pastificio Garofalo in un comunicato dice che “nel pieno rispetto dell’indagine, si riserva di agire nelle sedi competenti”, e “ribadisce con fermezza di non aver mai aderito a presunti accordi di cartello”.

Analoga la reazione della Barilla: “Il provvedimento dell’Autorità Garante ci lascia stupiti. La nostra missione, da sempre, è quella di offrire alle persone prodotti di ottima qualità al giusto prezzo, operando in assoluta trasparenza, secondo i principi di sana concorrenza alla base del libero mercato”.

Di certo se cartello c’è stato, questo è stato fatto sulla pelle delle persone più povere, visto che è un dato di fatto statisticamente acquisito che in tempi di crisi e di bassi guadagni le persone che più fanno ricorso a simili alimenti, come anche uova e pane, sono le categorie più indigenti. E che pasta e prodotti derivati siano stati messi in vendita in questi ultimi mesi  a prezzi quantomeno raddoppiati rispetto a solo un anno fa, è cosa nota a tutti. 

Non possiamo che augurarci che l’Antitrust sia questa volta incorsa in macroscopici errori. Se così non fosse, però, sarebbe bene si diffondesse quella coscienza civile collettiva, ahinoi più diffusa in altri paesi d’Europa, tale da generare un tale disgusto e una repulsione in drado di far automaticamente boicottare il consumo dei prodotti delle case risultate compromesse nel cartello… Questa si che sarebbe civiltà … ed etica responsabile! 

Canal Plus traduce il labbiale del premier, altra figura…

Svelata la battuta di Berlusconi: dai media francesi unanime condanna, assegnato al primo ministro italiano l’oscar della volgarità

 

Parigi: Non è rimasta una battuta, quella sussurrata da Silvio Berlusconi a Nicolas Sarkozy in conferenza stampa, durante il vertice italo-francese che si è svolto martedì a Villa Madama. Anche se era giorno di … martedi grasso! Nessuno, o quasi, era riuscito a carpirla. Anche perchè un imbarazzato Sarkozy ha subito chiuso dicendo seccato: “Non sono sicuro di dover ripetere”.

La misteriosa battuta ha però suscitato la curiosità dei media francesi. Mercoledì sera la trasmissione serale di Canal +, “Le Grand Journal”, ha tradotto il labiale di Berlusconi, ricostruendo le esatte parole. “Moi je t’ai donné la tua donna”, avrebbe detto il Cavaliere mischiando le due lingue. Insomma il senso della battutina sarebbe questo: “… e io ti ho dato la tua donna…”. “Io e Silvio Berlusconi – spiegava in quel momento Sarkozy – abbiamo fatto riconoscere l’omologazione dei diplomi superiori che finora non c’era…”. Il premier si era allora avvicinato, pronunciando a bassa voce questa frase che immediatamente Sarkozy aveva liquidato con un sorriso basito tornando frettolosamente al suo discorso ufficiale, e quindi chiudendo repentinamente ogni possibile siparietto di dubbio gusto. L’allusione all’italianità di Carla Bruni come fosse un bene da esportazione non era evidentemente per nulla piaciuta a Sarkozy.

Cosa aggiungere? Anche la stessa Bruni non aveva nascosto in passato il fastidio per quello che i francesi chiamano “humour déplacé”, ironia fuori luogo, del premier. L’8 novembre, dopo che il Cavaliere aveva lodato “l’abbronzatura” di Obama, la first lady aveva addirittura confessato la soddisfazione di essere diventata francese. Oltre che il dissenso e la riprovazione dei media francesi, che hanno costruito su questa gaffe una ricca serie di ironie, assegnando a Berlusconi “l’Oscar della volgarità”, non abbiamo dubbio alcuno che ora la nostra Carla avrà altri motivi per refforzare le sue convinzioni… 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Categorie:Uncategorized
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