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Incredibili salti mortali, la procura di Roma archivia…

La Procura di Roma costretta a smentire le …affermazioni dell’indagato! Esattamente il contrario di quello che il manager diceva in ogni conferenza stampa o intervista. Quando c’era da presentare l’ennesima soap sull’anoressia o sulla mafia, quando c’erano da difendere gli investimenti miliardari per produrre serie dalla durata sterminata, il manager Rai ha sempre detto con orgoglio: «Questo è il servizio pubblico». Siamo noi, spiegava Saccà ai giornalisti, che abbiamo raccontato agli italiani il romanzo popolare del ‘900. Siamo noi che abbiamo affrontato le vicende spinose della Seconda guerra mondiale e la storia dei Corleonesi. Saccà rivendicava con fierezza il suo ruolo di civil servant. Proprio quello che hanno sconfessato i PM romani, per salvarlo… 

Eh, sì! La Procura di Roma è stata costretta a smentire le affermazioni, la filosofia e la stessa ragione di vita del suo indagato. Uno dei pilastri sul quale poggia l’atto che chiede il proscioglimento per Berlusconi e per il manager Rai è infatti la mancanza della qualifica di “incaricato di pubblico servizio” per Saccà (l’altra è la mancanza della prova dello scambio, del do ut des, tra il manager e il premier). Per i pm di Roma Saccà non può e non poteva essere corrotto, né da Berlusconi né da altri, perché la fiction Rai, il suo regno incontrastato fino al dicembre scorso, non è vero servizio pubblico. Se la Rai con i suoi sceneggiati facesse servizio pubblico, Saccà sarebbe un incaricato di pubblico servizio soggetto (in caso) ai reati di corruzione e concussione. Per questa ragione i pm per prosciogliere Berlusconi e Saccà sono costretti a “degradare” la sua attività culturale. Per i pm romani solo la fase della trasmissione rientra nel servizio pubblico, non quella della produzione dei contenuti. Saccà quindi è un semplice manager “privato”. Alle sue eventuali malefatte si applicano le blande norme riservate ai dirigenti di Mediaset, non quelle rigide che disciplinano l’attività dei capi dei ministeri dell’Anas o dell’Enel. Saccà, dicono i pm, può fare quello che vuole quando sceglie le attrici pagate con il canone degli italiani. Può privilegiare le protette del Cavaliere e sacrificare quelle considerate dagli altri più brave. Non c’è nessun problema. In fondo nessun pm contesterebbe un simile comportamento a Piersilvio Berlusconi e ora, se la giurisprudenza elaborata a Roma prenderà piede, nessuno potrà contestarlo non solo a Saccà ma anche a Fabrizio Del Noce (Rai uno) o Giancarlo Leone (Rai cinema) e così via. Per tenere fuori Berlusconi e Saccà dal ginepraio nel quale si erano cacciati con le loro incaute conversazioni, la Procura di Roma ha fatto davvero i salti mortali. Le cinque paginette dell’archiviazione prontamente distribuite ai cronisti (dovrebbero essere segrete, ma evidentemente a Roma il segreto non tutela le indagini bensì gli indagati eccellenti) cancellano le massime della Cassazione e numerosi pronunciamenti di altri magistrati.

La procura di Napoli, forte di questo precedente, ma consapevole della delicatezza della questione, aveva blindato sul punto l’indagine chiedendo addirittura un parere a un luminare del diritto costituzionale, Michela Manetti, professore ordinario a Siena. La professoressa, al termine di un lungo studio della legislazione vigente, aveva concluso che Saccà è un incaricato di pubblico servizio. Da quello che è dato leggere nelle pagine distribuite ai cronisti, la Procura di Roma non ha degnato il parere nemmeno di un cenno.

Anche l’altro pilastro della richiesta si basa su una smentita delle parole di un indagato, che stavolta è Berlusconi. I pm, dopo avere smontato la qualifica pubblica di Saccà, entrano nel merito per sostenere che anche se Saccà fosse un pubblico ufficiale il reato non c’è. Il fatto è che, dicono, manca lo scambio, il ”do ut des”, il cosiddetto ”sinallagma corruttivo”. Per la Procura di Napoli Saccà aiutava le attricette amiche di Berlusconi. E il premier prometteva un aiuto futuro nella sua attività di libero imprenditore ma – per i pm romani – il do ut des non è provato. Purtroppo, non è la Procura di Napoli a sostenere che le due cose (la spinta nei cast alle ragazze e l’aiuto a Saccà imprenditore) siano collegate. Lo dice Berlusconi stesso: «Agostino, aiuta Elena Russo perché è come se aiutassi me e io ti contraccambierò quando sarai imprenditore».

Parole alle quali Saccà non risponde: «Ma come si permette?» Quella telefonata è stata pubblicata ed è ancora ascoltabile on line. Eppure per i pm non basta: la promessa è vaga, manca la prova dell’accettazione. E non è dimostrato che ci sia un legame tra l’offerta e la selezione delle attricette. E tanti saluti al ”ti contraccambierò” pronunciato dal Cavaliere. Quello che è accaduto non ha molti precedenti. Il fascicolo contro Saccà, infatti, non era più segreto e i settimanali e i quotidiani  avevano potuto pubblicare gli audio di una dozzina di intercettazioni (tra le oltre 10 mila depositate) perché le indagini erano chiuse con la richiesta di rinvio a giudizio, l’alba del contraddittorio, l’avvio del processo con la sua pubblicità, garanzia di trasparenza e di giustizia. Nella stragrande maggioranza dei casi la richiesta di rinvio a giudizio presentata da una procura viene confermata dai pm dell’altro ufficio giudiziario che ricevono gli atti per competenza territoriale. In fondo è una questione di economia e di logica. I pm napoletani conoscono l’inchiesta, hanno diretto per mesi gli uomini della Guardia di Finanza, hanno ascoltato migliaia di intercettazioni, hanno sentito decine di testimoni. La scelta della Procura capitolina ha certamente fatto piacere a Berlusconi che può ora sostenere di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria in salsa partenopea che lo ha inseguito fin nei suoi rapporti più privati. In più, la decisione di Roma finalmente sembra mettere la sordina su una selva oscura di intercettazioni che lo preoccupava da mesi. Non a caso nella richiesta di archiviazione si precisa che le trascrizioni e i file audio andranno distrutti, perché irrilevanti. Questa attenzione (prontamente comunicata alla stampa) ha certamente fatto felice Berlusconi più dell’archiviazione in sé.
Anche se i giornali continuano a parlare di corruzione e rinvio a giudizio, quella che si è giocata in questi sei mesi nei palazzi di giustizia di Napoli e Roma è una delicatissima partita a scacchi che non ha avuto come posta il destino dell’indagine ma quello dell’immagine del premier. La storia dell’inchiesta di Napoli, del suo trasferimento a Roma e ora della sua richiesta di archiviazione deve essere raccontata proprio da questo angolo di visuale. L’unico che conta davvero. Tenendo a mente che la posta in gioco di questa partita disperata per il Cavaliere non era l’assoluzione o il rinvio a giudizio ma la pubblicazione delle telefonate o la loro distruzione.
Berlusconi ieri si è aggiudicato, grazie alla Procura di Roma, un round molto importante di questa partita ma non ha ancora in tasca la vittoria finale. Proviamo a partire per una volta non dai codici ma dalle bobine. Le intercettazioni del procedimento si distinguono in tre gruppi: le prime sono le 10 mila telefonate dell’utenza di Saccà (circa 8 mila) e del produttore che piazzava le attricette care al premier, Guido De Angelis (circa duemila). Queste telefonate sono state depositate dai pm di Napoli nel fascicolo principale (quello per il quale ieri è stata resa pubblica la richiesta di archiviazione) e sono dal luglio scorso conosciute dagli italiani grazie a ”L’espresso” che le ha pubblicate anche in audio. Tra queste ci sono le sette telefonate di Silvio Berlusconi (quattro con Saccà e tre con De Angelis) che tutti possono ascoltare on line dall’estate scorsa. Poi ci sono un gruppo ristretto di telefonate che sono state depositate nel fascicolo sulla compravendita dei senatori del centrosinistra da parte di Berlusconi e Saccà attualmente in attesa della decisione del Gip sulla richiesta di archiviazione della Procura. Infine, e questo è il punto dolente per Berlusconi, esistono decine e decine di telefonate intercettate sulle utenze di due ragazze care a Berlusconi, Evelina Manna ed Elena Russo, nelle quali si sente più volte la voce del presidente del consiglio. E soprattutto si sentono le ragazze discettare con le loro amiche dei loro rapporti con il premier, delle sue promesse, delle loro delusioni che talvolta sconfinano nel risentimento.

 Una parte di queste telefonate, secondo la Procura di Napoli, avrebbe meritato da parte dei pm di Roma un’attenta analisi per verificare addirittura se non si potesse configurare in capo a Silvio Berlusconi il ruolo di vittima. Questo intreccio malmostoso è sempre stato il lato B dell’indagine. Quello che anche la Procura di Napoli ha cercato di sterilizzare per evitare l’accusa di avere voluto frugare nell’intimità del premier. La Procura di Napoli voleva portare a giudizio Berlusconi perché aveva corrotto Saccà e non perché aveva rapporti con quelle ragazze. I due temi però restavano e restano obiettivamente inseparabili. I pm napoletani Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli, per tutelare la privacy del presidente, avevano elaborato uno stratagemma che aveva l’indubbio pregio del buon senso ma che non era certamente sorretto da solide basi giuridiche.

Le intercettazioni delle ragazze, quelle nelle quali si sentiva la voce di Berlusconi e quelle nelle quali le sue amiche parlavano dei rapporti con il premier, erano state stralciate e posizionate in un fascicolo a parte. Per farne cosa? I pm napoletani avevano rimandato la decisione sul punto al termine dell’inchiesta. Fu allora, nel luglio del 2008, che per la prima volta il destino di queste telefonate e il faticoso iter del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni incrociarono le loro strade.

Il presidente del consiglio teme che anche le altre telefonate possano essere pubblicate. I suoi legali si precipitano a Napoli e alla vigilia dell’uscita di altri giornali con articoli che riprendevano quello che nei palazzi romani si prefigurava (imminenti rivelazioni piccanti sul premier e le sue ragazze), Berlusconi tira giù l’asso: il 3 luglio minaccia un decreto legge per impedire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali.

Oggi, con il disegno di legge sulle intercettazioni in votazione, è bene ricordare come nacque in quei giorni la grande voglia del presidente del consiglio di imbavagliare la stampa. In quelle calde giornate di luglio si svolge una partita nascosta alle spalle dei cittadini. Berlusconi minaccia di andare a Matrix. La minaccia del premier sortisce effetto. Quando i suoi legali ottengono dalla Procura di Napoli rassicurazioni sulla distruzione delle telefonate ”imbarazzanti”, Silvio Berlusconi allenta la presa sulle norme per le intercettazioni.
I pm presentano la richiesta di distruzione delle conversazioni delle ragazze al Gip Luigi Giordano. Mentana resta a bocca asciutta perché Silvio Berlusconi non si presenta in tv. Niente decreto, non serve più. Purtroppo però il Gip di Napoli fa saltare la tregua bilaterale. L’8 luglio si dichiara incompetente e non rinvia a Roma solo il fascicolo principale su Saccà ma anche quello ”scottante” contenente le telefonate delle ragazze. A questo punto il timer del disegno di legge Alfano riprende a ticchettare all’impazzata. E subisce una nuova accelerazione quando la Procura di Roma a novembre del 2008 presenta la richiesta di archiviazione (anche quella segreta e anche quella distribuita alla stampa dalla Procura, solo nella parte meno imbarazzante per Berlusconi) contro Berlusconi e Saccà per il procedimento riguardante la corruzione dei senatori Nino Randazzo e Piero Fuda, eletti con il centrosinistra e corteggiati dal Cavaliere a suon di promesse, di poltrone e altro. Perché Berlusconi entra in ansia quando un altro procedimento si avvia verso la chiusura a suo favore?
 
Il fatto è che nelle carte dell’inchiesta sulla tentata compravendita dei senatori Randazzo e Fuda sono finite le telefonate che documentano i rapporti tra Silvio Berlusconi e una bellissima attrice trentenne che somiglia a Veronica Lario giovane: Evelina Manna. Berlusconi la raccomandava a Saccà e si giustificava dicendo che non lo faceva per sé ma perché aveva in animo di di usarla come moneta di scambio per convincere un senatore del centrosinistra a passare con il Popolo delle Libertà. Secondo i pm quel senatore, nelle parole di Berlusconi, poteva essere Fuda. Teoricamente la povera e inconsapevole Evelina Manna sarebbe stata raccomandata per una particina in Rai. Per smentire questa ricostruzione dei fatti, i pm hanno dovuto accertare i rapporti tra il senatore Fuda e Evelina Manna (inesistenti) ma soprattutto quelli (ben più stretti) tra Berlusconi e la Manna medesima. Nella richiesta di archiviazione depositata a novembre si chiarisce che la Manna era raccomandata perché interessava a Berlusconi, altro che Fuda. Proprio per documentare questa amicizia e per scagionare Berlusconi i pm hanno depositato alcune telefonate con la Manna. E, sarà un caso ma poco dopo la richiesta di archiviazione e l’uscita delle prime indiscrezioni sul suo contenuto, Silvio Berlusconi è rientrato in fibrillazione.”Se pubblicano le mie telefonate”, dichiarava a dicembre sulle prime pagine dei giornali, ”io vado via dall’Italia”. Messaggi precisi agli investigatori che quelle telefonate non avevano ancora distrutto. La toppa messa dalla Procura di Napoli a tutela della privacy del Cavaliere non era delle più solide. La distruzione delle telefonate tra Silvio Berlusconi e le ragazze era difficile da argomentare. La Procura proprio nel momento in cui chiedeva di processare il presidente del consiglio perché aveva chiesto a Saccà di violare i suoi doveri per fare avere alle sue protette un posto al sole, chiedeva di distruggere le telefonate delle medesime ragazze raccomandate?. Certo, lo scambio corruttivo, come sosteneva la procura di Napoli si perfezionava con la promessa dell’aiuto a Saccà in cambio della spintarella. Certo, non contava nulla – come spiegavano i pm napoletani- la ragione della raccomandazione.Certo, il movente del Cavaliere, la causale del suo afflato doveva restare fuori dal processo. Che lui le raccomandasse (come sosteneva con scarsa convinzione con Saccà) perché avevano il padre malato, perché erano in uno stato di profonda prostrazione, o per altri motivi, ai pm non interessava. Purtroppo però poteva interessare ai giudici. Questa tesi, formulata per stendere un velo sulle motivazioni profonde del Cavaliere, alla fine non reggeva. Nella corruzione il movente non è importante per stabilire se c’è il reato, ma diventa fondamentale per determinare l’entità della pena. Se corrompo un funzionario pubblico per aiutare una ragazza che ha il padre malato avrò diritto a tutte le attenuanti del mondo. Se corrompo un incaricato di pubblico servizio per piazzare la mia amichetta, no. Ecco perché, in caso di richiesta di rinvio a giudizio, il gip avrebbe potuto e forse dovuto ordinare alla Procura di depositare tutte le telefonate dalle quali si poteva evincere il movente della raccomandazione di Silvio Berlusconi. 

In particolare il velo era sottilissimo e anzi si era già strappato per Evelina Manna. Dei reali rapporti tra questa ragazza e Berlusconi, in fondo i pm romani erano stati costretti ad occuparsi per la vicenda Fuda. Cosa ostava a depositare le sue telefonate per dimostrare il vero movente della corruzione di Berlusconi verso Saccà? Per garantire la distruzione delle telefonate, insomma, non bastava chiedere al Gip il rinvio a giudizio per Saccà-Berlusocni e contestualmente la cancellazione del temibilissimo fascicolo delle ragazze. Solo una richiesta di archiviazione per il fascicolo principale avrebbe permesso di mandare al macero tutto. Ed è esattamente quello che è accaduto. La Procura di Roma ha chiesto di distruggere tutto. Non solo le telefonate delle ragazze.

 ”Se pubblicano le mie telefonate”, dichiarava a dicembre sulle prime pagine dei giornali, ”io vado via dall’Italia”. Messaggi precisi agli investigatori che quelle telefonate non avevano ancora distrutto. La toppa messa dalla Procura di Napoli a tutela della privacy del Cavaliere non era delle più solide. La distruzione delle telefonate tra Silvio Berlusconi e le ragazze era difficile da argomentare. La Procura proprio nel momento in cui chiedeva di processare il presidente del consiglio perché aveva chiesto a Saccà di violare i suoi doveri per fare avere alle sue protette un posto al sole, chiedeva di distruggere le telefonate delle medesime ragazze raccomandate?. Certo, lo scambio corruttivo, come sosteneva la procura di Napoli si perfezionava con la promessa dell’aiuto a Saccà in cambio della spintarella. Certo, non contava nulla – come spiegavano i pm napoletani- la ragione della raccomandazione.

Certo, il movente del Cavaliere, la causale del suo afflato doveva restare fuori dal processo. Che lui le raccomandasse (come sosteneva con scarsa convinzione con Saccà) perché avevano il padre malato, perché erano in uno stato di profonda prostrazione, o per altri motivi, ai pm non interessava. Purtroppo però poteva interessare ai giudici. Questa tesi, formulata per stendere un velo sulle motivazioni profonde del Cavaliere, alla fine non reggeva. Nella corruzione il movente non è importante per stabilire se c’è il reato, ma diventa fondamentale per determinare l’entità della pena. Se corrompo un funzionario pubblico per aiutare una ragazza che ha il padre malato avrò diritto a tutte le attenuanti del mondo. Se corrompo un incaricato di pubblico servizio per piazzare la mia amichetta, no. Ecco perché, in caso di richiesta di rinvio a giudizio, il gip avrebbe potuto e forse dovuto ordinare alla Procura di depositare tutte le telefonate dalle quali si poteva evincere il movente della raccomandazione di Silvio Berlusconi.
In particolare il velo era sottilissimo e anzi si era già strappato per Evelina Manna. Dei reali rapporti tra questa ragazza e Berlusconi, in fondo i pm romani erano stati costretti ad occuparsi per la vicenda Fuda. Cosa ostava a depositare le sue telefonate per dimostrare il vero movente della corruzione di Berlusconi verso Saccà? Per garantire la distruzione delle telefonate, insomma, non bastava chiedere al Gip il rinvio a giudizio per Saccà-Berlusocni e contestualmente la cancellazione del temibilissimo fascicolo delle ragazze. Solo una richiesta di archiviazione per il fascicolo principale avrebbe permesso di mandare al macero tutto. Ed è esattamente quello che è accaduto. La Procura di Roma ha chiesto di distruggere tutto. Non solo le telefonate delle ragazze.
Ma proprio tutte, anche quelle di Saccà con gli altri politici o con i membri del cda della Rai. Anche quelle nelle quali si parla dei contratti da sbloccare per Ida di Benedetto, compagna del membro del cda Rai Giuliano Urbani. Anche quelle nelle quali Saccà si impegna per aiutare la società di produzione della moglie del capogruppo della Pdl Italo Bocchino. Anche quelle nelle quali Saccà discute con il membro dell’Autorità Garante delle Comunicazioni Giancarlo Innocenzi delle mosse da fare per convincere il senatore del centrosinistra Willer Bordon a lasciare la sua maggioranza.
Tutte queste telefonate, che avrebbero meritato un attento esame, finiranno al macero. Tutte irrilevanti. L’ennesima dimostrazione di cosa significherà l’applicazione del bavaglio del disegno di legge Alfano (che vieta la pubblicazione degli atti ritenuti irrilevanti dalla Procura) quando si ha a che fare con pm, come quelli romani, così attenti a non pestare i piedi dei potenti.
Chissà perché…
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

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