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Dimissioni, Walter fibrilla il PD

L‘idea di dimettersi nella mente di Walter matura senza dubbio prima del voto sardo. Nel fine settimana il segretario fa un giro di telefonate con i dirigenti più vicini sparsi in giro per l’Italia. E lì si capisce che ha deciso di mollare. Chi lo ascolta resta colpito: il Walter bonaccione, ottimista di natura, non esiste più. Al suo posto c’è un uomo stanco, deluso, amareggiato, stufo marcio di guidare il partito in queste condizioni. “Guardate solo cosa è successo oggi”, si lamenta: “La mattina presento il piano anti-crisi del partito e incasso l’interesse delle categorie produttive. Il pomeriggio D’Alema va a Bologna e lo smonta pezzo per pezzo. Io costruisco la mattina e questi disfano la sera”. Ed è inutile chiedergli di sfidare gli avversari interni con un congresso straordinario. “Non me la sento, non è nelle mie corde la guerra casa per casa per conquistare un delegato in più”, ammette Veltroni: “E poi, se anche vincessi, cosa cambierebbe? Il giorno dopo ricomincerebbero da capo”. Concetti ripetuti al momento delle dimissioni: “Un gioco al massacro, non ci potevo più stare. Si attaccava me per far fallire il progetto del partito. E con la candidatura di Bersani otto mesi prima del congresso e in piena campagna elettorale si è passata la misura. Basta”. No, in realtà non basta. Qui potremmo aggiugere anche che in Sardegna c’era un dalemiano, un certo Cabras, che probabilmente ben diretto dai piani più alti non ha tirato… Nell’ottica suicida del tanto peggio tanto meglio… Ma questi per Veltroni sono solo segnali di conferma.

Basta allora con un logoramento sotterraneo come questo. Basta con le manovre di chi voleva arrivare alle elezioni europee con Veltroni segretario per poi dargli il benservito. La mossa del leader serve a spiazzare i suoi coetanei. “Me ne vado io, ma si è chiuso il ciclo di una generazione. Con me devono andarsene tutti”. Un sacrificio personale per travolgere l’intero gruppo dirigente del Pd degli ultimi 15-20 anni, in particolare i ‘compagni di scuola’ nati alla politica nella Fgci e alle Frattocchie, cresciuti nel Pci di Enrico Berlinguer, saliti ai vertici del partito dopo la caduta del Muro, arrivati al potere negli anni Novanta, con l’Ulivo di Romano Prodi. La stirpe dei Veltroni e dei D’Alema, insomma. Al momento di lasciare, ‘zio Walter’ non trova il tempo neppure di una telefonata di cortesia per ‘zio Massimo’, l’ex amico eterno rivale: D’Alema apprende delle dimissioni di Veltroni dalle agenzie. Lo stesso accade ai ministri dello sfortunato governo ombra che nessuno informa dell’addio del leader. E al corpaccione del partito sparso per l’Italia: sindaci, presidenti di regione, presidenti di provincia, segretari regionali. La notizia dell’addio arriva in periferia con Internet o sulle agenzie. “C’è stato un totale blackout comunicativo”, impreca un segretario regionale: “Noi chiamavamo e a Roma non ci rispondevano al telefono”. Neppure un sms per avvisare che tutto era compiuto, il segno della confusione cui si è arrivati. Tutti a casa, il re è in fuga, l’esercito in rotta, le truppe sul territorio non sanno che fare.

Eppure, il Pd doveva essere “il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, come ripeteva enfaticamente Veltroni ancora pochi giorni fa. O meglio, “il partito del XXI secolo”. Il partito capace di costruire una nuova identità nazionale. Il partito ‘fratello maggiore’ degli italiani: affettuoso, comprensivo, affidabile. Come il suo leader. Che per la conferenza stampa di congedo, il 18 febbraio, ha scelto di tornare nel tempio di Adriano dove aveva celebrato la trionfale elezione a segretario il 14 ottobre 2007. Quella sera nella sala risuonava la colonna sonora, ‘Mi fido di te’ di Jovanotti e ‘Imagine’ di John Lennon. E alla fine Veltroni era apparso tra le colonne doriche, con il verde del nuovo partito acceso alle spalle. “Da oggi deve far paura la parola conservazione”, aveva proclamato: “Il Pd dovrà durare decenni, non nasce da un leader e per un leader, ma dalle persone reali di questo Paese”.

Invece, tante persone reali in un pugno di mesi hanno smesso di votarlo. E ora il Pd rischia di non arrivare al secondo anno di vita, percorso da minacce di scissione e dalla rabbia dei militanti. Perfino sulle modalità della dipartita i capicorrente sono riusciti a litigare. Divisi tra i sostenitori di un’assemblea costituente da convocare subito per eleggere Dario Franceschini segretario di transizione in carica fino al congresso di autunno. E alcuni veltroniani che si battono per andare subito alla conta, lanciando fin da ora una nuova classe dirigente. “Non possiamo affrontare i prossimi mesi senza leader. I capi attuali, i cinquantenni-sessantenni, hanno il terrore di non tornare più al potere, misurano la loro durata in mesi, se non settimane. Non vogliono capire che hanno fatto il loro corso”.

Veltroni sottolinea che il progetto è partito “con più di dieci anni ritardo, in un momento particolarmente difficile nella storia del nostro paese”. Ma – aggiunge – “chiunque abbia creduto in quell’idea non può non sentire il rimpianto per il fatto che non è cominciata quando doveva cominciare, dopo la vittoria elettorale del 1996”. Quando, con la stagione dell’Ulivo, fu tentata la “sintesi dell’incontro tra i diversi riformismi nostro paese”. Per “cambiare radicalmente la storia nostro paese”.  In ritardo, secondo la ricostruzione del leader uscente, è nato il Pd “con uno straordinario momento di democrazia, le primarie del 14 ottobre”, per realizzare “un sogno politico, l’ambizione di non cambiare un governo ma cambiare l’Italia”. Un paese cui “è mancato un grande cambiamento dal dopoguerra”, per la “maledizione” di non aver mai “conosciuto un ciclo di azione riformista”. In Italia, invece, impera la logica “del Gattopardo”, lamenta Veltroni. Secondo il quale “se questo paese non avrà un governo riformista questo paese non cambierà”.

Il leader Pd constata con rammarico che Silvio Berlusconi “ha vinto una battaglia di egemonia nella società, stravolgendo il sistema di valori in questo paese” e costruendo “un sistema di disvalori”. Per ribaltare la situazione bisognerà agire “casamatta per casamatta”, preconizza il segretario dimissionario. Veltroni cita la telefonata ricevuta da “un esponente del centrodestra, una persona dabbene e onesta”, che gli ha espresso dispiacere per l’addio perché “in democrazia occorre un bilanciamento tra maggioranza e opposizione, esattamente quello che Berlusconi non sopporta”.  Quello che Veltroni sperava di realizzare era “un partito nuovo, aperto”. In cui – auspicio che Veltroni esprime per chi gli succederà – non si chieda conto di tre deputati che votano in modo diverso dal gruppo. “Non esistono più i partiti di un tempo, i partiti moderni sono questo”.
Per “non avercela fatta” a costruire il partito che – assieme al popolo delle primarie – voleva costruire, Veltroni si assume la responsabilità. E chiede scusa, pur ribadendo che paga colpe sue e non sue. Ma avverte che nel Pd “c’è bisogno di più solidarietà, che tutti ci si senta una squadra, che si abbia un’idea comune”. Se non si è riusciti a farlo, “la responsabilità è in primo luogo mia”. Il leader uscente è convinto di aver fatto “la scelta giusta per mettere al riparo il progetto del Pd. “Non è un progetto che si consuma in 18 mesi”. Ma a chi verrà dopo dovrà essere concesso quel “tempo lungo” che a Veltroni non è stato concesso. Veltroni lascia “con assoluta serenità e senza sbattere la porta”.

 Devono passare la mano a una nuova generazione che abbia il tempo di lavorare”, scandisce lo stratega di Walter, Giorgio Tonini. Un percorso condiviso in periferia, dai potenti segretari delle regioni rosse, l’emiliano Salvatore Caronna, il toscano Andrea Manciulli, preoccupati di ritrovarsi con un gruppo dirigente nazionale debole e delegittimato alla vigilia del delicato voto amministrativo a Bologna e a Firenze, determinati a mettersi di traverso rispetto al ‘tavolo delle correnti’ che gestisce il partito a Roma. Solamente silenzio, invece, dalle regioni del Sud: si possono solo immaginare i pensieri di Antonio Bassolino, da cui Veltroni aveva pubblicamente preso le distanze appena tre settimane fa. Oggi don Antonio è ancora lì, caldo caldo sul suo scranno di governatore campano. Veltroni il gentleman no. Un grande peccato per un PD che deve imparare da questo uomo l’arte della mediazione, del rispetto e della politica non strillata. Ma i dalemiani, i parisiani, i lettiani, i bindiani, che lo hanno percosso alle spalle ora sono spiazzati. Bersani non vuole più saperne di mettersi in campo, anche se lo era già con un anticipo di 8 mesi nella sfida congressuale del post europee. Ora a questa prossima disfatta nessuno vuole fare da autista. La … bassa qualità di questa vecchia e logora classe dirigente, gli elettori del PD la vedono chiaramente partendo da qui…

 

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