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D’Alema, la rana e lo scorpione

Per i veltroniani è lui il responsabile “anche a costo di affogare con noi”

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Da giorni non se ne vede il volto, né se ne pronuncia il nome ma il fantasma dello scorpione è in mezzo a noi. Tutti alludono. Allude Walter Veltroni. Mi è stato messo il bastone fra le ruote – dice nel monologo d’addio, in una scenografia rassicurante, quasi quietista, dolcemente crepuscolare. Non fate a chi verrà dopo di me quello che a me è stato fatto, aggiunge. E di nuovo, come fosse un sermone per nulla rancoroso di chi conosce il mondo, i demoni, e non se ne stupisce. I migliori retroscenisti di palazzo alludono all’enorme e sospetto scarto fra i voti raccolti in Sardegna da Renato Soru e quelli presi dalla coalizione, perché qualcuno lì deve averci messo la mano. Soltanto Giuliano Ferrara, sul Foglio, rilegge l’apologo della rana e dello scorpione e racconta Massimo D’Alema che – gran sacerdote delle procedure di partito – soffiò la segreteria del Pds a Veltroni, nonostante Veltroni avesse vinto un referendum. Lo scorpione monta sulla schiena della rana per guadare il fiume, e la punge, col rischio di inabissarsi insieme con lei.

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Veltroni - D'Alema, 20 anni di dialettica accesa che continua a far discutere

Fu soprattutto D’Alema, a metà Anni Novanta, a progettare l’Ulivo e ad affidare la premiership a un outsider come Romano Prodi ma nel 1998 – che sia stata congiura e quali che fossero i congiurati – fu lui a sostituirlo a Palazzo Chigi, primo e finora unico ex comunista. Fu lui a contrastare il sogno del Circo Massimo e di un nuovo partito laburista di Sergio Cofferati. Fu lui a ripescare Veltroni per la segreteria del Pd, e a mettere in difficoltà il secondo governo Prodi. Oggi, semmai, stupisce che lo scorpione abbia una consistenza spettrale. Non lo si vede, non lo si nomina, fin qui ha taciuto. Una battuta alla notizia dell’addio di Veltroni: è il momento della responsabilità. Qualche considerazione altissima sui vizi del bipolarismo a qualche vernissage. Niente altro.

E forse c’entra lo stupore di chi è venuto su alle Frattocchie o nei dintorni. Non ci credeva nessuno: Veltroni finge, fa ammuina, la disciplina di partito gli precluderà di abbandonare la barca, accetterà di traghettarla nei tempi dovuti e nei modi previsti, perché il nuovo segretario sia scelto con la chirurgia necessaria. E probabilmente si è trascurato il particolare che – dei suoi compagni di generazione – Veltroni è il meno plumbeo e il meno ubbidiente. Ha pensato a se stesso, se n’è andato con un fallimento sul groppo, ma un fallimento romantico: e adesso provateci voi. Sottinteso: se non ci riuscite, domani, chissà… E se lo scorpione ne fosse rimasto spiazzato? Se lo scorpione avesse calcolato, mentre tormentava la rana, che anche stavolta la rana l’avrebbe portato all’altra riva? E se invece ora non avesse un piano B? Adesso tutti i suoi accusano la follia di uno statuto che, per la sostituzione del segretario, implica una sequela demenziale di passaggi che conduce sino a ottobre, «come se fosse stato studiato per un leader destinato a durare in eterno», dicono.

E’ tutto questo tempo il nemico del Partito democratico e di chi si è speso per trovare un’alternativa a Veltroni, ed è un tempo che lo scorpione non sa come impiegare. Gli amici di D’Alema dicono che intimamente vorrebbe trovare il sistema di organizzare le primarie subito, sebbene lo statuto lo impedisca e le complicazioni siano una quantità. Notano che – per paradosso – sono veltroniani e dalemiani, per una volta d’accordo, a insistere per una soluzione veloce, eppure la soluzione non l’hanno, o sono semplicemente pressati dalla rabbiosa rivolta del popolo dei gazebo. Qualcuno dice che tutto sommato una reggenza o una segreteria a tempo di cui fosse investito Dario Franceschini, a D’Alema non dispiacerebbe perché, con il previsto fallimento delle Europee, Franceschini si squaglierebbe per eutanasia. La domanda rivolta a quell’entourage ebbro non riesce a guadagnare risposta. Ci si limita a segnalare che «il discorsetto tenuto mercoledì da Veltroni ha dimostrato l’assoluta inconsistenza degli ultimi sedici mesi. E’ stata la manifestazione patologica della fragilità strutturale della segreteria. Già da queste ore, D’Alema è concentrato su una via di uscita essenzialmente politica».

Sì, ma attraverso quali proposte e attraverso quali nomi? E qui scende la nebbia. La proposta politica parrebbe ancora quella brutalmente riassunta da Marco Follini: con i socialisti in Europa, con la base lavoratrice della Cgil e magari della Lega in Italia, con Hamas in medioriente. I nomi non ci sono, e non si capisce se non ci sono ancora o non ci sono proprio. Il sostegno promesso a Pierluigi Bersani oggi viene derubricato a una blanda dimostrazione di simpatia. Qualcosa di simile planerebbe su Enrico Letta. Alcuni osservatori ne traggono convinzione che D’Alema avrebbe un ruolo soltanto se tornassero i Ds dopo la scissione. Si scivola presto nella fantapolitica, in assenza della politica.

(l’articolo è apparso in data odierna su “La Stampa” a firma Mattia Feltri)
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