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Terza (e ultima) guerra punica veltrodalemiana

Tutto iniziò dal lontano 1977. La crisi petrolifera era alle spalle da pochi anni, il peggio sembrava passato.  

Anche nel partito di sinistra più radicato nel paese iniziarono così a scalpitare le nuove leve. Da lì, da quegli anni, per due di quelle giovani promesse prese forma una rivalità tanto dissimulata tanto profonda, tanto che oggi questo è il motivo conduttore di tutte le scelte del nuovo, e per certi versi fin troppo vecchio, Partito Democratico. Oggi, come trent’anni fa, impegnati a dissimulare odio e diversità antropologica da convincersi persino di essere «amici»… Ma oramai tutto avviene sotto la luce del sole, a grande vantaggio della coalizione di governo, che senza far nulla sa che può dormire sonni tranquilli…

Come insegna il recentissimo caso Abbruzzo, dove l’astensione è il simbolo di una democrazia malata, vista con sfiducia dilagante dai sempre più lontani elettori. Nel suo intervento milanese della scorsa settimana, Veltroni ha dichiarato che è ora di dire basta a questa voglia di incredibile autolesionismo imperante nel partito. Senza citarlo direttamente, il riferimanto a “baffino” eccheggiava assordante. Eh si, non possiamo tacere. C’è qualcosa di irraccontabile nell’ennesimo capitolo della telenovela fra Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Come in quel film – Ricomincio da capo – in cui Bill Murray si risveglia tutte le mattine nella stessa città, stessa ora, stessa canzonetta alla radio, imprigionato in un incantesimo che lo vede costretto a ripetersi.
C’è qualcosa che ricorda la commedia. Ma anche qualcosa che ha un sapore arcaico: la terza guerra punica veltrodalemiana, quella per il controllo del Pd. È noto: sempre Veltroni e D’Alema smentiscono ogni dissapore. Duellano senza tregua, e mai riescono a mettere in campo, alla luce del sole, una dialettica chiara, intellegibile ai comuni mortali, simile a quella di tutti i partiti socialdemocratici che amano citare.

Ma per raccontarla, questa storia, bisogna avvolgere la bobina, fino alla fine del 1977, quando Veltroni viene di fatto «segato» nella Fgci di cui D’Alema diventa segretario. È il primo momento di differenziazione fra i due. Veltroni è più giovane, ma già fautore di una linea diversa, meno identitaria, più eclettica.
D’Alema è il giovane funzionario (e figlio d’arte) che il partito mette alla testa dell’organizzazione per sostenere l’urto pauroso del 1977 su una linea ortodossa e antigruppettara. Se si salta un decennio, li si ritrova di nuovo in competizione. Veltroni è uno degli uomini più vicini ad Achille Occhetto, D’Alema è già il suo competitore.
Oggi Occhetto dice: «Contro Walter oggi c’è in atto lo stesso lavorio fatto contro di me. La stessa diarchia». Infatti, dopo aver marciato uniti sul cambio del nome, D’Alema e Occhetto si divisero. D’Alema è direttore de l’Unità nel 1989, Veltroni lo sarà nel 1992. Persino lì fu duello (a distanza): «Le cassette le ho inventate io – disse memorabile il primo – con le musicassette. Vendevo il doppio di Walter!».

Quando poi, dopo la sconfitta delle Europee del 1994 «il deputato di Gallipoli», andò da Occhetto a chiedergli di mollare, dicendogli che era «una obsolescenza», quello reagì candidando l’unico che poteva batterlo: Veltroni. Veltroni vinse la consultazione-referendaria fra i dirigenti, ma D’Alema fu eletto nel consiglio nazionale. Il suo luogotenente di allora, Claudio Velardi disse: «Era una conta taroccata».
Veltroni all’epoca si mise in riga, accettando poi di correre come vice di Prodi, nel 1996. Quando Prodi fu silurato, nel ’98, D’Alema lo sostituì. I veltroniani dissero peste e corna del nuovo premier, ma Veltroni accettò di prendere il suo posto a Botteghe Oscure, insediato con un altro voto unanime e con uno scappellotto di D’Alema, (simbolo eloquente di un patto tra nemici). In tempi più recenti toccò a D’Alema mandare già un boccone amaro.
Aveva fatto appena in tempo a dire, a Massimo Giannini: «Veltroni premier? Non finché sono in vita io», che si era dovuto rimangiare la smargiassata. Anzi. Era stato lui a ratificare la discesa in campo di Veltroni per le primarie, e la povera Finocchiaro (dalemiana in pista) costretta a ritirarsi e a baciare la pantofola al sindaco. Al congresso di Firenze Veltroni e D’Alema si erano sfidati: al congresso del Lingotto D’Alema aveva lanciato una delle sue sentenze memorabili: «Quando sarà il momento farò un passo indietro e ce ne andremo tutti a casa».

Deliziosa variatio di soggetto. Ancora oggi il líder Maximo vorrebbe dettare i tempi e le scelte. È quasi banale osservare che i due sono legati come due facce della stessa medaglia. Tanto impegnati a dissimulare odio e diversità antropologica (che, se esplicitati, dopo aver affondato i Ds terremoterebbero il Pd) da convincersi persino di essere «amici».
Questo mito è alimentato da un biografia parallela meravigliosamente falsa, come le biografie dei bolscevichi riscritte dopo le purghe: ci sono foto di Veltroni e D’Alema dal Papa, nel 1991, con i bimbi sulle spalle; aneddoti di lessico familiare: «Zio Walter» e «Zio Massimo». Alla fine guardi questo estenuante braccio di ferro senza mai il coraggio dell’outing, e pensi che Veltroni e D’Alema – i nemici criptici – cadranno insieme, come nelle sentenze latine. Perché sono già obsolescenti e non se ne accorgono.

La terza guerra punica veltrodalemiana, é sempre più probabile,  sarà persa da entrambi. Continuarla senza spettatori – elettori sarebbe comunque esiziale. Perchè non capirlo?

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